giovedì 26 marzo 2026

L' uomo che sussurrava alla creta

C’è una storia che in molti, qui in paese, ricordano ancora. Risale ai primi anni Settanta, quando nel nostro comune arrivò un nuovo dirigente scolastico proveniente da una regione del Sud. Erano altri tempi certo, ma non così lontani da non poter fare dei paragoni.

Fin dai primi giorni, quell’uomo si fece notare per un tratto preciso: la convinzione di trovarsi in un luogo arretrato. I montanari, ai suoi occhi, erano gente da “elevare”. Non mancava occasione per ribadirlo, sostenendo – con tono che molti ricordano – che avrebbe portato in quelle valli la cultura e perfino la lingua italiana.

Parole che, già allora, suonavano fuori luogo. Perché la Carnia non era certo una terra senza lingua né cultura, ma un territorio con una propria identità forte, radicata, consapevole.

Poi accadde un episodio, apparentemente banale, ma rivelatore.

Un giorno, passando sotto la casa di un alunno, il dirigente fu sfiorato da alcune gocce d’acqua che cadevano dai panni stesi ad asciugare su una terrazza. Si fermò, alzò lo sguardo visibilmente irritato, e rivolgendosi agli abitanti della casa sbottò con un’espressione volgare, tanto esplicita quanto inappropriata "E che è questa, sb...?".

In quell’istante, racconta chi era presente, si fece largo una consapevolezza semplice e definitiva: quell’uomo, che pretendeva di insegnare lingua e civiltà, non aveva in realtà nulla da insegnare, né sull’una né sull’altra.

Non fu una questione di provenienza geografica. Fu una questione di atteggiamento. Di misura. Di rispetto.

Le comunità, anche le più piccole e appartate, riconoscono immediatamente chi arriva per capire e chi, invece, arriva per giudicare.

E questa storia, a distanza di decenni, torna alla mente oggi più che mai.

Perché certe dinamiche non appartengono al passato: si ripresentano, con forme diverse ma con la stessa sostanza. L’idea di sapere già tutto. La presunzione di poter intervenire senza ascoltare. La convinzione che ciò che non si comprende sia, per definizione, sbagliato o da correggere.

Quando questo accade, gli effetti sono sempre gli stessi: si interrompono percorsi, si mortificano esperienze, si incrinano rapporti costruiti con fatica.

E allora quella vecchia scena – poche gocce d’acqua, uno sguardo alzato, una frase fuori posto – smette di essere solo un ricordo di paese. Diventa una metafora.

Perché il problema non è mai chi arriva da fuori. Il problema è come arriva.

E soprattutto, con quale rispetto.

 

mercoledì 18 marzo 2026

In dubio, claude (nel dubbio, chiudi)

Il 17 novembre scorso, alla presenza dell’assessore regionale Stefano Zannier e delle autorità locali, il nuovo laboratorio di ceramica del quale è stata dotata la Scuola media Aulo Magrini veniva presentato come un esempio virtuoso di collaborazione tra istituzioni, scuola e comunità. Un progetto costruito con coerenza: il Comune aveva realizzato gli spazi e fornito le attrezzature, l’Istituto avrebbe gestito le attività didattiche. Tutto chiaro, tutto definito, tutto condiviso.

O quasi.

Perché oggi è evidente che, mentre tutti gli attori coinvolti avevano piena contezza della natura e delle caratteristiche di un laboratorio di ceramica, una figura sembra esserne stata clamorosamente priva.

La sospensione delle attività, motivata da presunte “gravi inadempienze” legate a decoro, igiene e sicurezza, appare infatti non solo sproporzionata, ma profondamente incoerente con la realtà di un laboratorio ceramico. L’argilla sporca, produce residui, richiede pulizia continua: sono elementi strutturali, non eccezioni. Ignorarlo significa, semplicemente, non sapere di cosa si sta parlando.

E qui sta il punto. Non si tratta di un errore collettivo, né di una responsabilità diffusa. Il progetto era stato pensato, finanziato e realizzato con cognizione di causa. Le finalità erano chiare, le modalità operative definite, i soggetti coinvolti competenti.

La decisione di bloccare tutto, invece, porta una firma precisa. Ed è una decisione che ha effetti concreti: interrompe un percorso educativo per gli studenti, esclude la cittadinanza da un’attività creativa, svilisce un investimento già sostenuto con risorse pubbliche.

È difficile non leggere in questo gesto una combinazione di impreparazione e rigidità, aggravata da un atteggiamento che appare più difensivo che responsabile. Perché, di fronte a eventuali criticità, la strada non è chiudere, ma gestire, correggere, migliorare.

Qui, invece, si è scelto di fermare tutto.

Non si può accettare che un’iniziativa costruita con il contributo di più soggetti e pensata per il bene della comunità venga vanificata da una decisione isolata, presa senza un confronto trasparente e senza una reale comprensione del contesto.

Proprio per questo sarà necessario che chi ha partecipato all’inaugurazione – istituzioni, amministratori, rappresentanti del territorio – venga messo al corrente di quanto accaduto. Non per alimentare polemiche sterili, ma per ristabilire un principio fondamentale: chi decide deve sapere, e chi sbaglia deve rispondere.