Fin dai primi giorni, quell’uomo si fece notare per un tratto preciso: la convinzione di trovarsi in un luogo arretrato. I montanari, ai suoi occhi, erano gente da “elevare”. Non mancava occasione per ribadirlo, sostenendo – con tono che molti ricordano – che avrebbe portato in quelle valli la cultura e perfino la lingua italiana.
Parole che, già allora, suonavano fuori luogo. Perché la Carnia non era certo una terra senza lingua né cultura, ma un territorio con una propria identità forte, radicata, consapevole.
Poi accadde un episodio, apparentemente banale, ma rivelatore.
Un giorno, passando sotto la casa di un alunno, il dirigente fu sfiorato da alcune gocce d’acqua che cadevano dai panni stesi ad asciugare su una terrazza. Si fermò, alzò lo sguardo visibilmente irritato, e rivolgendosi agli abitanti della casa sbottò con un’espressione volgare, tanto esplicita quanto inappropriata "E che è questa, sb...?".
In quell’istante, racconta chi era presente, si fece largo una consapevolezza semplice e definitiva: quell’uomo, che pretendeva di insegnare lingua e civiltà, non aveva in realtà nulla da insegnare, né sull’una né sull’altra.
Non fu una questione di provenienza geografica. Fu una questione di atteggiamento. Di misura. Di rispetto.
Le comunità, anche le più piccole e appartate, riconoscono immediatamente chi arriva per capire e chi, invece, arriva per giudicare.
E questa storia, a distanza di decenni, torna alla mente oggi più che mai.
Perché certe dinamiche non appartengono al passato: si ripresentano, con forme diverse ma con la stessa sostanza. L’idea di sapere già tutto. La presunzione di poter intervenire senza ascoltare. La convinzione che ciò che non si comprende sia, per definizione, sbagliato o da correggere.
Quando questo accade, gli effetti sono sempre gli stessi: si interrompono percorsi, si mortificano esperienze, si incrinano rapporti costruiti con fatica.
E allora quella vecchia scena – poche gocce d’acqua, uno sguardo alzato, una frase fuori posto – smette di essere solo un ricordo di paese. Diventa una metafora.
Perché il problema non è mai chi arriva da fuori. Il problema è come arriva.
E soprattutto, con quale rispetto.

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