domenica 17 ottobre 2021

Val del Lago: valle degli e(o)rrori e problemi autostradali - di Franceschino Barazzutti


Il viadotto del lago di Cavazzo
    «Persiste la formazione della lunga fila di automezzi costretti a rimanere fermi o procedere a passo d’uomo tra il casello di Gemona e quello di Amaro dell’autostrada Palmanova-Tarvisio A23 al punto da essere costantemente citata nei comunicati radio relativi ai punti critici della viabilità nazionale. Una situazione che non fa onore al nostro Paese stante l’importanza di questa arteria e l’utenza principalmente internazionale. Una situazione che crea notevole disagio anche ai friulani, i quali per evitare il rischio di rimanere imbottigliati in quel tratto di autostrada ormai utilizzano la viabilità ordinaria, anche se questa presenta all’inizio della SR Carnica 52 un tratto-gimkana a causa dell’incomprensibile protrarsi della chiusura del “nuovo” ponte cementizio sul fiume Fella al quale fa da supplente quello vecchio in pietra.

Non è la prima volta che sulla A23 si verifica tale criticità a causa di interventi principalmente nelle due parallele “gallerie del lago” ed anche sui due grandi viadotti paralleli che nella parte nord scavalcano il lago e la valle sconvolgendoli con una lunga teoria di enormi piloni alcuni dei quali piantati addirittura sul fondale del lago. Ma questa criticità in atto si protrae da troppo tempo, si dice a causa di interventi manutentivi o di consolidamento delle gallerie. Del resto che gallerie e viadotti rappresentino per loro stessa natura momenti critici lo conferma la casistica del sistema stradale nazionale.  

Invero tali frequenti criticità inducono a considerazioni di ordine più generale sul tratto autostradale che da Osoppo giunge al casello di Amaro percorrendo l’intera Val del Lago. Infatti il viaggiatore che percorre verso nord il tratto rettilineo tra Buja e lo svincolo di Gemona ha ben visibile davanti a sè che il percorso attraverso la valle del Tagliamento sarebbe il più diretto, a cielo aperto, il più breve, il più semplice, il più razionale, il meno impattante, il meno costoso, quindi di ovvio buon senso. Tant’è che la gente lo dava per scontato e che anche la bozza del Piano Urbanistico Regionale dell’assessore De Carli prevedeva proprio che da Osoppo l’autostrada proseguisse dritta dritta a cielo aperto lungo la Valle del Tagliamento per poi inoltrarsi nella Valle del Fella.

Accadde invece che in uno dei primissimi anni ’70 l’allora Presidente della Giunta Regionale Berzanti convocasse presso il municipio di Trasaghis i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali di maggioranza e di minoranza dei Comuni di Trasaghis e di Cavazzo Carnico ed annunciasse in modo perentorio che l’autostrada sarebbe passata attraverso la Val del Lago, aggiungendo, davanti alla sorpresa ed alle proteste degli amministratori locali, che anche lui, cioè la Regione, non poteva farci niente. E così si abbandonava il tracciato diretto per un altro ad arco ben più lungo e problematico. Di tale irrazionale decisione non venne data alcuna spiegazione per cui diversi furono i “si dice”, tra cui la volontà di Tolmezzo di avere l’autostrada ed il casello il più vicini possibile, i vincoli posti dalle alte autorità militari e persino la volontà di spendere comunque tutti i soldi già stanziati. Chi conosce il vero motivo parli!

Nella valle quindi si sviluppò un forte movimento popolare di opposizione che, con la parola d’ordine “autostrada funesta, alla Val del Lago non farai la festa!”, ebbe la sua punta più avanzata tra la popolazione del comune di Trasaghis ed in quella Amministrazione Comunale. Per contenere tale opposizione, dall’Alto fu avanzata la proposta di creare posti di lavoro attraverso la realizzazione di un’area di servizio sulla riva sud del lago, proprio quella più vocata alla fruizione turistica. Proposta – polpetta avvelenata – giustamente respinta poiché avrebbe comportato l’acquisizione di quell’area rivierasca da parte dell’autostrada e quindi di Autostrade spa dei Benetton.

Con l’autostrada si completava lo scempio della Val del Lago iniziato dalla Società Adriatica di Elettricità (SADE) negli anni ’50 con la costruzione della centrale idroelettrica di Somplago il cui scarico di acque gelide e torbide nel lago naturale con deposito di fango sul fondale, l’oscillazione del livello, l’erosione delle rive, la riduzione della superficie lacustre hanno decretato la morte delle varie forme di vita acquatica e dello stesso lago, mentre la valle veniva attraversata e snaturata dagli alti tralicci degli elettrodotti che portavano altrove la corrente rendendo ben visibile la completa sottomissione della valle all’idroelettrico.

Successivamente la Società Italiana dell’Oleodotto Transalpino (SIOT) stendeva la sua condotta lungo la valle con un tratto adiacente alla riva ovest, un altro sul fondale del lago e la stazione di pompaggio con relativo grande serbatoio cilindrico sulla riva nord, per poi attraversare il sistema di acque scaturenti dalla base della rupe di San Candido, fra l’altro dichiarata poi pericolante a seguito delle verifiche conseguenti al terremoto del 1976.

Visto che è in arrivo anche l’elettrodotto Wurmlach-Somplago, manca solo che – dato l’attuale revival – ci aggiungano anche una centrale nucleare!

Gli interventi realizzati nei tempi moderni dall’homo sapiens in quella che era una valle bellissima sono stati improntati non alla sapienza, alla saggezza, ma a ben altri meno nobili criteri, che hanno fatto della Val del Lago la Valle degli Errori. O meglio, degli Orrori.

Nel frattempo la fila degli autoveicoli continua a fermarsi o a procedere a passo d’uomo.

Franceschino Barazzutti, già sindaco di Cavazzo Carnico


  

domenica 19 settembre 2021

La donna che sussurrava ai cosacchi

 E' ancora visitabile per tutto il mese di settembre la mostra itinerante "AganArt - In giro per le frazioni" allestita a Ovaro nei due paesi di sinistra Degano

Traendo ispirazione dalla recente uscita del libro “Cosacchi in Friuli 1944-1945” in cui sono raccolte le immagini delle famiglie cosacche scattate da Sergio Gennaro durante gli ultimi mesi di guerra, Maria Grazia Paderi, artista di origini sarde naturalizzata in Carnia ha creato nel villaggio di Liariis una coreografia che rievoca le atmosfere dei giorni lugubri del 2 e 3 maggio 1945 nei quali gli invasori giunti dalla Russia al seguito dei tedeschi in ritirata hanno dapprima incendiato ed ucciso, andandosene poi lungo il percorso che conduce alla valle della Drava durante una bufera di pioggia e neve che preludeva al loro destino finale.

In mezzo ad un prato ecco dunque uno stanco drappello di soldati con i loro colbacchi ed i vecchi schioppi dati loro in dotazione dai tedeschi, che risale verso la Valcalda. Li segue un ufficiale a cavallo che rimane indietro forse presagendo il destino che gli sarà riservato.

 Stimolata dal risultato, l’artista ha poi  realizzato nel corso dell’estate un'intera esposizione di opere en plein air nei paesi di Lenzone e Liariis, vicinissimi al camping di proprietà comunale riaperto in questi giorni e a ridosso della salita che da Ovaro conduce migliaia di ciclisti fino alla sommità del Monte Zoncolan.

Tutte le opere sono realizzate con materiale vegetale su telaio metallico. I temi sono i più svariati andando da esemplari del mondo degli insetti dalle dimensioni colossali fino alla riproposizione di miti locali come quello della Mari da not che si nasconde all'interno di una grotticella a lato della Piazza Pantò.

Il proposito è ovviamente quello di coinvolgere e stupire lo spettatore, che viene invogliato a scoprire le due piccole frazioni seguendo l’itinerario indicato dal depliant che pubblicizza la mostra, realizzato a cura della Proloco Ovaro assieme allo striscione collocato all'ingresso del paese.



















lunedì 15 marzo 2021

"Hanno spartito fra loro le mie acque"

 

Non paghi di continuare a farsi gli affari loro senza tanto chiasso, o forse preoccupati per le polemiche generate dalle visibilità mediatica data alle vicende del Fella e del Degano nonché dalle ricadute negative che la discussione sul grande idroelettrico potrebbe avere anche sulle loro preziose concessioni, gli imprenditori idroelettrici del Friuli fanno sentire la loro voce attraverso una giovane donna che in meno di una settimana appare per ben due volte sulle colonne del quotidiano locale.

"Sono Lisa Di Centa, laureata in ingegneria meccanica e proprietaria di una concessione di derivazione d'acqua in Carnia". In Carnia: non specifica dove. Proprietaria di una derivazione d'acqua: non precisa da quando visto che nel curriculum del 2019 presentato in occasione della sua candidatura alle elezioni amministrative del Comune di Ampezzo dichiarava di essere studentessa.

L'operazione è trasparente: da una parte una ragazza studiosa, propositiva; dall'altra vecchi invidiosi, nemici del progresso che osteggiano la legittima volontà di mettere a frutto le risorse del territorio che sapientemente nel corso di anni e a prezzo di lunghi iter burocratici i pochi sono riusciti ad aggiudicarsi. L'assist arriva tempestivamente anche da parte della Presidente Gianna Cimenti: "Complimenti Lisa per l'articolo sul settore idroelettrico e Benvenuta nell'associazione degli imprenditori idroelettrici del Fvg!"



Dal colle della pieve che sovrasta Comeglians, salutata l'ennesima persona amica che ha lasciato la valle in una macchina troppo grande e che vi tornerà tra qualche giorno in un contenitore molto piccolo, passo a trovare Giorgio Ferigo che riposa nelle retrovie delle cappelle dei sorestanz sotto una lapide che ricorda certe superfici disegnate da Carlo Scarpa.

Mi affaccio oltre il muro del cimitero e sotto si apre -sempre sorprendente- lo scenario dei paesi raccolti ai lati del fiume o appoggiati ai terrazzi di mezza costa. Era una vista a cui mancavo da un po' e mi impressiona nel greto del Degano l'eclatante scarsità di acqua.

Se la larghezza dell'alveo è in stretta relazione con la portata del corso d'acqua, siamo quasi all'asciutto: in pochi anni siamo diventati le grave della Carnia

Questo è il tratto del fiume dove due società si proporrebbero di prelevare metà della portata per immetterla nella loro condotta e restituirla poco sopra il ponte che si vede laggiù in fondo. Non si capisce di quale acqua ragionino e -nella non concessa ipotesi- cosa resti.

La giovane imprenditrice seguita il suo intervento a stampa lamentando la demonizzazione dell' impiego idroelettrico del quale evidenzia il ridotto impatto e la favorevole ricaduta occupazionale. Spiega anche che gli impianti di piccola taglia sono l'ideale per dotare di energia elettrica malghe e rifugi e si chiede, in chiusura, perché ci si lamenti adesso dopo che per anni "tecnici competenti" hanno accompagnato il progetto nelle varie fasi dell'iter autorizzativo. 

A parte l'accostamento inconferente tra il generatore che può elettrificare un rifugio o una malga (può venire azionato da una tubazione da 100 mm.) e una centrale del costo di qualche milione di euro realizzata a soli fini di profitto da imprenditori che reinvestono nell'idroelettrico gli utili derivanti da altre attività (segherie, attività industriali) si sorvola completamente sul fatto che le nuove concessioni si sommano a quanto esistente e che proprio grazie ad annosi iter, concessioni che oggi con l'entrata in vigore del Piano Regionale di Tutela delle Acque probabilmente non verrebbero più rilasciate hanno invece già oltrepassato quel punto di non ritorno dopo il quale nemmeno la Regione, sollecitata dall'opinione pubblica può più intervenire.

Lasciate fare: pur definendosi mini, le centraline inghiottono vagonate d'acqua; spesso l'ultima residua in un fiume che tratto a tratto è stato ridotto ad una successione di prelievo-rilascio, prelievo-rilascio che inficia anche gli accorgimenti di mitigazione dell'impatto in quanto non si tiene mai conto della sommatoria degli effetti. Quanto al deflusso ecologico, poche volte una volta avviato l'impianto lo vediamo rispettato o fatto rispettare: è una sorta di foglia di fico applicata alle pudenda delle centraline per renderle accettabili. 

Ma volendo anche credere alla narrazione dell' ingegnera Di Centa: se questo idroelettrico è così vantaggioso, perché non lo realizza ad Ampezzo vicino a casa sua invece che a casa nostra?

Non sarà che come Consigliere comunale troverebbe arduo giustificare una simile operazione sul suo territorio alienandosi le simpatie anche dei 22 elettori che le hanno espresso preferenza nella consultazione?

Ma forse il motivo è tristemente evidente: in Val Tagliamento è stata preceduta e non vi è più altra acqua da utilizzare (V. tabella)






giovedì 24 dicembre 2020

Ci rivendono la nostra acqua!


Lo scariico di troppo pieno dell'acquedotto di Ludaria
   Puntuale, al sopraggiungere della stagione fredda, Cafc rinnova agli utenti raccoman- dazioni per la corretta costodia dei contatori dell'acqua. La società sa benissimo che in montagna il misuratore è un componente fragile, così ha pensato bene di trasformare gli utenti in... custodi di un' apparecchiatura che -salvo eccezioni- non hanno mai chiesto e che essenzialmente in un territorio ricco di acqua non si capisce a cosa serva, visto che il liquido proviene dalle sorgenti, discende lungo i condotti per gravità così come sgorga ed è talmente abbondante che dal troppo pieno viene reimmesso in gran copia in fognatura, se non direttamente nei corsi d'acqua (V. immagine a lato).

Nel frattempo, a mezzo stampa il Presidente del Cafc Benigno (sarà forse benigno con gli udinesi, certo non con noi) continua a martellarci con la narrazione di scelte obbligate e obiettivi irrinunciabili che per la montagna si traducono unicamente nel dover contribuire ad investimenti di scarsa o nulla utilità (chissà a cosa dovrebbero servirci lo smart metering o la realtà aumentata per far scendere l'acqua per caduta dall' opera di presa al rubinetto?).

L'ultima di oggi è la presentazione di un piano industriale da 90 milioni di euro "che non comporterà nessun aumento delle tariffe dell'acqua". Grazie, ma a noi non interessa che non aumentino; devono venire diminuite ed il gioco ora è scoperto: si creano ad hoc dei nuovi investimenti per giustificare la fatturazione esosa dell'acqua che sgorga appena sopra casa e non deve far altro che ruscellare giù come sempre stato dall'inizio del mondo.

A furia di venire inghiottito da pesci di dimensioni crescenti il sistema idropotabile del nostro Comune -che sarebbe totalmente autosufficiente- ha ora un peso sul totale dello 0,0472%; in possesso di tutto il necessario non ha nessuna incidenza sui processi decisionali che riguardano la SUA risorsa, gestita e rivendutaci dal Cafc.

Questa adesione forzata, esente da qualsivoglia beneficio, ha solamente comportato l'amplificazione elefantiaca delle bollette fino a suscitare l'indignazione nientemento che di Gianni Da Pozzo Presidente di Confcommercio (e se le fatture le ritiene sconce lui stateci: sono sconce). Non è mancato il botta e risposta del Presidente Benigno che continua a batterla su innovazione e investimenti. Ma scusate: se porto in officina la mia macchinina vecchia alimentata da un carburatore Solex, dovrò mica pagarlo io il centro diagnosi per centraline elettroniche che non ho neanche lo spinotto multipolo per poterlo collegare?  

In definitiva tutta questa innovazione potrà anche rappresentare un costo giustificato in un contesto urbano dotato di un sistema di raccolta e trasporto dell' acqua potabile complicato da trattamenti, sollevamenti, filtraggi, ma é priva di senso per noi e significa semplicemente che in bolletta ci troveremo degli ulteriori costi che si sommano ai conguagli che sono arrivati con effetto retroattivo dall'anno 2018, periodo che avevamo tutte le ragioni di ritenere saldato e viceversa ora risulterebbe che era solo un acconto da compensare in base a calcoli illeggibili che per quanto ne so io potrebbero essere tranquillamente inventati di sana pianta allo scopo di fare cassa).






domenica 13 dicembre 2020

Pianura illuminata e montagna al buio - di Franceschino Barazzutti

 

Puntuale, come in ogni maltempo, anche questa volta si è ripetuta la stessa situazione: paesi della montagna rimasti al buio ed al freddo a causa dei guasti alla rete di distribuzione dell’energia elettrica. Situazione paradossale poiché a rimanere al buio sono quelle valli dove grandi centrali e tante centraline idroelettriche producono energia.

Riporto solo a titolo di esempio e perché significativa la situazione dell’Alta Val Degano che finisce spesso nella cronaca giornalistica per le interruzioni della corrente elettrica a causa del maltempo nonostante la notevole presenza delle centrali idroelettriche di Luincis-Applis, del Vaglina, di Magnanins, del Fulin, del Degano ad Avoltri, della società Monte Cucco.

Il fatto che a rimanere al buio siano proprio le località di montagna dove si produce l’energia elettrica induce una serie di considerazioni sulle cause e sui rimedi.

Nell’articolata società moderna sono i territori di pianura, urbani, industriali a costituire la struttura economica e finanziaria portante del paese finendo per essere dominanti anche sul piano culturale e politico, oltre che territoriale. Ne consegue che ai territori cosiddetti marginali, quali sono per lo più quelli montani, viene assegnato un ruolo “di servizio” che li mantiene nella loro marginalità: non consumatori ma solo produttori di energia elettrica sfruttando all’inverosimile la risorsa principale della montagna che è l’acqua. Energia da portare altrove su impattanti elettrodotti aerei anziché interrati e lasciare invece in loco il territorio con i fiumi, torrenti e persino ruscelli ridotti a nude pietraie senza un filo d’acqua.

La legislazione nazionale è conseguente, tant’è che prevede che, eccezion fatta per le cooperative energetiche, i produttori idroelettrici della nostra montagna debbano conferire l’energia prodotta alle società dispacciatrici Terna e Enel che la trasportano innanzitutto nei citati territori di pianura, urbani, popolosi ed industriali che assicurano buoni profitti ai loro azionisti per quasi il 50% stranieri. In tale contesto diventa di secondaria importanza per tali società la puntuale fornitura ai territori montani marginali e disagiati che non “rendono” finanziariamente a causa dei pochi abitanti-utenti per lo più vecchi. Territori che quindi vengono trascurati negli investimenti e nella gestione delle linee che, nelle particolari condizioni ambientali e paesaggistiche della montagna, si dovrebbero interrare e non ricorrere alla comoda attribuzione di colpa a quegli alberi che sotto il peso della neve o la forza del vento cadono sulle linee elettriche aeree.

Quello dell’idroelettrico è un aspetto settoriale del più generale rapporto distorto tra realtà urbane e periferie montane. Provvedere a raddrizzare la stortura di tale rapporto è compito e dovere delle politica nazionale con adeguati provvedimenti legislativi, mezzi e non solo. Innanzitutto abolendo l’obbligo del conferimento dell’energia prodotta ai dispacciatori Terna ed Enel lasciando a disposizione del territorio di produzione la quantità di energia ad esso necessaria. Così, per esempio, per evitare che Forni Avoltri resti senza corrente elettrica basterebbe la posa di un centinaio di metri di cavo per collegare la centrale idroelettrica della Comunità Montana direttamente alla rete di distribuzione interrata dell’abitato. Lo stesso potrebbe essere realizzato in altre analoghe situazioni.

La legge sul passaggio del grande idroelettrico alle regioni va in questa giusta direzione prevedendo tra l’altro che parte dell’energia prodotta venga gratuitamente consegnata alla Regione per essere utilizzata nei territori montani di produzione. Si tratta di ampliare tale disposizione anche alle tante invasive centraline dal momento che i loro proprietari privati realizzano profitti sfruttando l’acqua che è un bene delle comunità locali. Invero, per raddrizzare la citata stortura è ormai indilazionabile – essendo l’ultima la n.1102 del 1971 - l’adozione di una nuova legge nazionale organica sulla montagna, che ponga in campo adeguati strumenti e mezzi.

A raddrizzare tale stortura è chiamata anche la nostra Regione costituendo senza ulteriori indugi la propria società energetica (SEFVG) a capitale pubblico da tempo annunciata sull’esempio delle province autonome di Trento e Bolzano. Società che assuma la gestione non solo del grande idroelettrico ma anche delle centraline le cui concessioni vengono via via a scadenza. Inoltre va posto fine alla politica regionale di rilascio di concessioni a dritta e a manca per la costruzione di centraline idroelettriche persino sugli ormai rari corsi d’acqua rimasti liberi da parte di privati nelle mani dei quali vengono consegnati per 30 anni per produrre profitti che vanno nelle loro tasche e non già a beneficio delle comunità locali.

Sono chiamati anche i Comuni che, prendendo esempio da quelli trentini, dovrebbero essere loro, singolarmente o associati, a produrre e distribuire energia elettrica alle proprie comunità anziché favorire i derivatori privati per ricevere in compensazione la sistemazione di qualche marciapiede, il che va meglio definito come obolo. Sono chiamate anche le nuove Comunità Montane, in particolare quella della Carnia, che disponendo già di un proprio parco di centrali idroelettriche potrà e dovrà sviluppare una politica tesa a creare sinergie con la Società Elettrica Cooperativa Alto But (SECAB) e la Cooperativa Elettrica di Forni di Sopra, storiche cooperative che hanno maturato una notevole esperienza, al fine di raggiungere se non un’autonomia energetica della Carnia almeno, inizialmente, di ogni singola vallata. Sono chiamati anche gli abitanti della montagna a brontolare meno nelle poche osterie rimaste ed a interessarsi di più al proprio territorio ed alla propria comunità per contribuire a risolverne i problemi.

Franceschino Barazzutti  - (già presidente del Consorzio
 del Bacino Imbrifero Montano del Tagliamento,
già sindaco di Cavazzo Carnico) 













giovedì 10 dicembre 2020

Avvoltoi in Val Degano?

No: non è la reintroduzione di avifauna di grandi dimensioni bensì un' aggressione a carico dei corsi d'acqua che dopo aver interessato le valli del Fella e del Piave ha ora per obiettivo la Valle del Degano.

Si tratta di un attività sistematica ad opera di soggetti diversi che si stanno contendendo a colpi di richieste di concessione quello che resta dell'acqua utilizzabile a scopi idroelettrici; quella cioè che non è già stata captata dall'ex Sade nel corso degli anni cinquanta e sessanta.

Con modalità analoghe a quelle impiegate nel vicino Cadore, proprio quando questo anno sciagurato si approssima alla fine, soggetti mai visti in precedenza fanno pervenire alle amministrazioni tramite gli uffici regionali progetti per nuove derivazioni per usi idroelettrici.
Ai Comuni di Ovaro e Comeglians è stato reso noto nei giorni scorsi che “le società EN.RI.COM S.r.l. e PARTEL S.r.l. hanno presentato in data 6 febbraio 2014, domanda di concessione per la derivazione d’acqua, ad uso idroelettrico, dal torrente Degano”. Si precisa che la documentazione relativa al progetto “sarà consultabile nel sito istituzionale della Regione a decorrere dal giorno 2 dicembre 2020 e fino a tutto il giorno 16 dicembre 2020, ed eventuali osservazioni e/o opposizioni potranno essere presentate al Servizio gestione risorse idriche entro il giorno 4 gennaio 2021”. Tolte le feste ci sono quindi poco di quindici giorni per esaminare il progetto e presentare controdeduzioni.

Negli ultimi anni sulla località Patossera si è particolarmente infierito venendo coinvolta in successione dall' ampliamento della cava di gesso fino a spingersi a poche decine di metri dalle ultime case e dalla realizzazione di una centrale di trasformazione in media tensione di E-distribuzione, una zona industriale ed un centro di valle per la raccolta dei rifiuti.



Basta? Non basta perché adesso esce fuori anche questa faccenda della centrale elettrica.

Dalle ricerche fatte, la società Partel con sede in Valdobbiadene ha in piedi una pratica analoga per la captazione delle acque del Piave in località Santo Stefano di Cadore. Anche in quel caso si presenta con una società partner, che a Ovaro è la ENRICOM con sede in viale Miramare 271/1 a Trieste.

Le acque da utilizzare per l’impianto sono quelle del torrente Degano e diversamente da altri impianti che utilizzano salti di quota, la centrale progettata verrebbe realizzata in un tratto del corso d’acqua pressoché pianeggiante.

Va spiegato che il funzionamento di qualsiasi generatore che sfrutti l’energia idraulica richiede un salto di quota che nel caso delle cascate o degli sbarramenti è di tipo puntuale; dove non c’è dislivello è richiesto il trasporto in condotta forzata fino ad un punto in cui le pale dei generatori vengano mosse con la forza richiesta. Nel nostro caso la coppia di turbine Francis previste richiedono un differenziale di circa 20 metri dal punto di prelievo alla sala macchine pertanto l’acqua dovrà compiere un tragitto in condotta pari a circa un chilometro e mezzo e per tale tratta la stessa quantità di acqua verrà sottratta al corso d'acqua.

Dai dati di progetto, il range di funzionamento dei generatori prevede un afflusso compreso d’acqua tra i 340 ed i 3.800 litri al secondo dove il prelievo massimo risulterebbe addirittura superiore alla portata totale del Degano nei mesi di gennaio, febbraio e marzo.



Avendo esperienza di quella presa in giro che si chiama deflusso minimo vitale precisiamo al lettore che si tratta della solita foglia di fico: la centrale per garantire una resa deve funzionare sempre, quindi i dispositivi che regolano le portate sono progettati non tanto in funzione del mantenimento delle condizioni quo ante del corso d’acqua ma piuttosto per garantire una portata sufficiente alle turbine. Inoltre pare che non esistano dati di portata aggiornati per il nostro corso d’acqua ma solamente estrapolazioni “attualizzate” ricavate dai dati del 1959 che esistono solamente per i tratti a valle (misurazioni in località San Martino e Ponte Pesarina). La progettazione ed il dimensionamento sono stati dunque sviluppati su estrapolazioni che appassionerebbero i sofisiti se non anche gli empiristi: dei calcoli da presocratici!

Nella relazione geologica viene inoltre evidenziato che il Degano è caratterizzato da un letto occupato da ghiaie per la profondità di oltre 10 metri; caratteristica che impone l’impiego di micropali per ancorare lo sbarramento e le opere di presa. Allargandosi moltissimo il letto del torrente dopo la chiusa di San Girogio questa peculiarità potrebbe determinare a portata dimezzata la scomparsa alla vista dell’acqua come già accade più a valle.

Non importa: a giustificazione dell’evidenza che per oltre un chilometro la portata del Degano verrà ridotta -quando va bene- della metà, i progettisti spiegano che siccome ai lati dell'alveo si è sviluppata della vegetazione arbustiva, l'acqua non la vediamo neanche adesso e quindi è ininfluente che ci sia o no.

Ignorano ovviamente, fra le altre, che poco sopra l'opera di presa si immette nel corso d'acqua di fondovalle il rio Margò. Questo torrente ha una caratteristica particolare che ovviamente uno da fuori ignora: funge da fognatura a Ravascletto che negli anni non si è mai dotato di un depuratore e sversa da un grosso condotto a sezione rettangolare reflui poco o niente trattati direttamente nell’affluente del Degano.

Questa situazione, ben nota ad Arpa ha determinato il rigetto di una richiesta di derivazione mezzo chilometro più a monte motivata dalla considerazione che passando in turbina l’acqua sporca la si sarebbe rallentata riducendo conseguentemente la capacità di asporto dei reflui.

Trattandosi della stessa acqua ci chiediamo se il problema sia stato minimamente preso in considerazione, così come se si sia considerato che a fine ottobre 2018 (quattro anni dopo la presentazione del progetto in Regione) il Degano si è portato via un ponte stradale proprio appena sotto al punto dove dovrebbe venire ubicata l’opera di presa.

Senza soffermarci troppo sull’impatto dei lavori (incremento del traffico pesante, rumori, impossibilità a circolare lungo il tratto stradale dove verrà interrata la condotta forzata), vanno evidenziati i problemi tipici derivanti dalla presenza di una centrale in corso di esercizio:



A questi elementi vanno sommate problematiche specifiche, quali la presenza di una riserva per ripopolamento di fauna ittica in coincidenza con l' opera di presa, l'esistenza di un ristorante (il River's) al dilà del fiume proprio di fronte alla centrale progettata con relativo condotto di rilascio di una massa d'acqua pari a 1.500 lt/secondo.

Comunque a riprova della magnanimità dei proponenti, la relazione evidenzia che “l’impianto avrebbe potuto sviluppare potenze e produzioni superiori qualora fosse stato spostato verso valle di circa 300-500 m l’edificio centrale. Volutamente non è stata adottata tale soluzione in quanto sarebbe stato interessato dalla sottensione anche il Ponte Patossera con significativi impatti paesaggistici ed idraulici”.

Magnanimi ma prepotenti, in quanto già nel progetto preliminare precisano che ove “non si addivenisse alla acquisizione del titolo per la occupazione temporanea e definitiva dei suoli a mezzo di accordo bonario i proprietari dei terreni interessati verrebbero assoggettati a procedura espropriativa”.

A dire il vero tale procedura ci risulta venga attuata -eventualmente- a cura dell'Ente deputato (e certo non da parte di una società privata) ed è condizionata al riconoscimento della 
pubblica utilità, tutto da dimostrare.

Per fortuna almeno si sono ricordati del ponte -ci diciamo- ma ora qualcuno, dopo il crollo di ben due opere stradali tra Ovaro e Comeglians (ponte su Strada regionale in località San Giorgio; spalla del Ponte di San Martino nella località omonima), dovrebbe quanto meno richiedere una rivalutazione aggiornata di impatto per l'intervento proposto. 

Questa non è che l'anteprima di uno scenario in cui ulteriori centrali verranno via via realizzate: presso i Comuni di Forni Avoltri e Rigolato pendono altre due domande di derivazioni per utilizzi idroelettrici ed i loro promotori sono carnici. Locali o foresti il risultato non cambia: corsi d'acqua impoveriti a vantaggio di privati arricchiti.

Questo attacco alle risorse della Carnia dovrebbe indurre la politica e chi di dovere a chiarire eventuali responsabilità e l’Amministrazione Regionale, i Consiglieri con i relativi partiti ad un profondo riesame della politica “liberista” sin qui adottata nel settore idroelettrico. Tanto più che mettere un corso d’acqua nelle mani di un privato per 30 anni più le facili proroghe non è un buon affare per la comunità dal momento che -come già detto- sul rilascio del minimo deflusso ecologico non c’è nessun controllo.

Basta che negli uffici del competente assessorato guardino la cartina della regione riportante le tantissime derivazioni idroelettriche in atto per dire un motivato e ragionevole “BASTA!” Un “basta!” che deve venire da tutte le persone responsabili e di buon senso poichè ce lo impongono i cambiamenti climatici in atto e perché l’acqua è un bene preziosissimo di cui dobbiamo smettere di abusare ritenendola inesuaribile: abusare dell’acqua è “scherzare con il fuoco”!.

Gli Amministratori comunali non risolvono i problemi della loro comunità e delle valli sofferenti mettendosi dalla parte del concessionario privato per percepire qualche elemosina attraverso il BIM; al contrario devono porsi l’obiettivo che siano i loro Comuni i protagonisti del corretto utilizzo delle risorse -tra le quali l’acqua è di fondamentale importanza- a vantaggio dei loro abitanti. 

Già, il servizio idrico! Come quella del Degano, anche quella del rubinetto di casa è acqua nostra, delle nostre sorgenti montane. Purtroppo da quando non è più comunale è diventata “salata”! Bisogna “dissalarla” restituendo al Comune la sua tariffazione ed -auspicabilmente- la sua oculata gestione come avveniva in passato.





















giovedì 26 novembre 2020

Le multiutility private all'assalto della montagna - di Laura Matelda Puppini

 

Il 27 febbraio 2017 i Consiglieri regionali Revelant, Tondo, Riccardi, Colautti, Violino, Marsilio, Ciriani, Zilli e Piccin depositavano la Proposta di legge n.193, che prevedeva la costituzione di una società di capitali, a partecipazione interamente pubblica, operante nel settore dell’energia da denominare “Società Energia Friuli Venezia Giulia – SEFVG”.

   Senonché, il 9 giugno 2017 l’Associazione delle imprese elettriche italiane “Elettricità Futura” indirizzava alla Regione una lettera in cui esprimeva la propria contrarietà non solo all’aumento dei canoni concessori, ma addirittura alla costituzione di tale Società regionale. Ebbene, la società SEFVG è ancora di là da venire e la conclusione amara è una sola: i derivatori idroelettrici sono tanto influenti e potenti da imporsi alla Regione e – viceversa – la Regione è succube dei derivatori idroelettrici.

   La stessa situazione si sta verificando in questi giorni a livello nazionale, in relazione alla vigente Legge n.12/2019 che, all’art.11-quater, prevede il passaggio del grande idroelettrico dallo Stato alle Regioni con notevoli vantaggi per i territori montani interessati dalle derivazioni. Ecco che, anche questa volta, le Associazioni dei derivatori idroelettrici “Utilitalia” e “Elettricità Futura”, approfittando dell’esame in Parlamento della Legge di bilancio 2021, indirizzavano una lettera al Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli in cui chiedevano modifiche al vigente art. 11-ter della Legge n.12/2019 a loro vantaggio e a detrimento del ruolo delle Regioni. Richieste di modifiche che, purtroppo, han trovato accoglimento nell’art. 156 del Disegno di Legge di bilancio 2021 del Governo.

   Conclusione amara: i derivatori idroelettrici si sono dimostrati tanto influenti e potenti da imporsi allo Stato e – viceversa – lo Stato è succube dei derivatori idroelettrici. Per fortuna, l’art. 156, durante la discussione di ieri in Commissione Bilancio, è stato stralciato, ma temiamo che si tenti di farlo risuscitare. Le Regioni italiane, che sono riuscite a fare la legge entro il 31 0ttobre 2020, in applicazione della legge 12/2019, dovrebbero gestire da sole, predisponendo delle gare per il rinnovo delle Concessioni scadute delle grandi derivazioni la cui potenza nominale dovrebbe restare di 3 MW, non, come impongono i Derivatori nella letterina al Ministro, di essere innalzata a 10 MW per risparmiare sui canoni e per evitare le gare prescritte: in Italia, infatti sono ben poche le derivazioni con questa potenza.

   Ce n’è più che abbastanza per dire BASTA allo strapotere ed alla prepotenza dei derivatori idroelettrici che sfruttano l’acqua – risorsa prima dei sofferenti territori montani – per portare e l’energia prodotta nelle aree urbane industrialmente sviluppate e i profitti realizzati nelle proprie tasche, lasciando ai territori montani l’elemosina dei sovra – canoni BIM e i fiumi, torrenti e rii senz’acqua ridotti a pietraie.

   Dietro l’inserimento dell’art. 156 nella Legge di bilancio 2021, noi intravediamo l’interessata e potente manina delle grandi multiutility, il cui pacchetto azionario appartiene in larga misura ai grandi Comuni, per lo più della pianura padana. Ebbene, questi grandi Comuni si comportano come predatori nei confronti dei Comuni montani – prede. Ciò è tanto più inaccettabile poiché la gran parte di questi grandi Comuni è retta da amministratori che, per la loro collocazione politica, dovrebbero avere e praticare la solidarietà ed il rispetto verso i loro connazionali che vivono nelle disagiate condizioni della montagna, dalla quale giunge nelle loro case e fabbriche la corrente elettrica.

   È necessario che tutte le rappresentanze istituzionali dei nostri territori montani, indipendentemente dalla loro collocazione politica – parlamentari, presidente, assessori e consiglieri della Regione e sindaci, respingano con decisione questo tentativo delle Associazioni dei derivatori di inserire nella Legge di bilancio 2021 i contenuti dell’art. 156, da loro formulati a difesa del mantenimento dei loro profitti e a detrimento dei territori montani sfruttati. È necessario che chiedano con determinazione che lo Stato, se deve riprendersi la gestione delle grandi derivazioni delle Regioni che non sono state capaci di legiferare entro la scadenza fissata, lo faccia nel rispetto di quanto prescrive la legge 12/2019, non sui suggerimenti dei Derivatori. Parimenti è necessario che i cittadini della Regione, in particolare gli abitanti dei territori montani, si mobilitino affinché la sempre più strategica risorsa acqua sia saggiamente utilizzata a vantaggio loro e della terra in cui vivono e non di speculatori, tanto più se “foresti”.

   I Comitati di difesa territoriale della montagna – come sempre – sono in campo!

Comitati Acque Valcellina e Valmeduna

Comitato per la difesa e valorizzazione del Lago di Cavazzo o dei Tre Comuni

Per il Comitato tutela acque del bacino montano del Tagliamento: Franceschino Barazzutti.»