mercoledì 20 maggio 2026

Al voto, ma con giudizio

 

Domenica e lunedì i cittadini si esprimeranno per scegliere i rappresentanti che governeranno Ovaro per i prossimi cinque anni: sapere che cosa ci aspetta è importante e doveroso “La verità fa male, lo sai”, cantava Caterina Caselli in "Nessuno mi può giudicare". 

Noi ci permettiamo di farlo, perché un giudizio va dato su quel che sta succedendo in questi giorni a Ovaro nella campagna elettorale per il voto di domenica 24 e lunedì 25 maggio. 

Come lista “Insieme per crescere”, espressione della maggioranza che sta amministrando Ovaro da cinque anni, riteniamo sia importante fare chiarezza e chiamare le cose con il loro nome. Ovaro ha bisogno di sincerità e di persone competenti e libere, che continuino a lavorare per il bene comune, offrendo il proprio tempo a favore della comunità. In questi cinque anni il paese ha visto crescere il suo benessere (è diventato il terzo Comune della Carnia per reddito pro capite, dopo Tolmezzo e Cavazzo e prima di Sappada), ha un saldo positivo di nuovi residenti, ha quadruplicato le presenze nel suo albergo diffuso, è stato raccontato in diversi articoli su riviste e servizi televisivi nazionali per le sue attività culturali, è al centro di un movimento virtuoso di piccoli Comuni che si sono aggiudicati il “Bando Borghi” del Ministero della Cultura e stanno riscrivendo la storia delle aree montane. 

Lunedì è accaduto un fatto eclatante: la Lega ha dichiarato che vuole prendersi Ovaro. Lo farà con la lista che candida a sindaco Piero Gallo. Altro che indipendenza, altro che volontà di dialogo e unità di intenti per il bene comune! L’operazione è stata annunciata da Stefano Mazzolini alla Cjase da Plêf (che luogo inappropriato per un incontro connotato politicamente in maniera così marcata!). 

Il vicepresidente del consiglio regionale ha detto che la lista Generazioniunite è stata pensata con lui, selezionando i candidati e soprattutto il candidato sindaco, che «ha generosamente accettato mettendosi a disposizione per tornare nel piccolo paese di Ovaro». Le sue ambizioni politiche sono note: dopo aver portato le sue competenze manageriali all’estero, ci riprova dopo essere stato candidato sindaco nel 2014 sostenuto da forze diverse (fu sconfitto da Mara Beorchia). 

La definizione di «piccolo paese» si è sentita più volte ieri, come se Ovaro fosse un luogo di poca importanza, quando invece ha il terzo reddito pro capite della Carnia (ultimi dati Irpef) e la seconda azienda per fatturato dell’intero Alto Friuli (la Cartiera R.D.M. Ovaro). È evidente che si vuole sminuire una realtà per fingere che sia depressa, bisognosa di aiuto, piccola e dunque poco capace di autogestirsi, di pensare per sé. 

La retorica del piciul paìs svela un atteggiamento che è da secoli ben noto ai carnici: noi da Tolmezzo, da Tarvisio, da Trieste, da Venezia sappiamo che cosa è bene per voi, lasciateci comandare. Peccato che non ci sono più né la Serenissima né i padroni dei latifondi e dei boschi che dettavano le regole, anzi: la “piccola” Ovaro è l’unica a vantare due quote nel Consorzio boschi carnici e le fa valere. 

Ci vogliono togliere anche questo diritto sottomettendoci a un potere esterno? Il sospetto c’è. L’obiettivo è dunque chiaro: accaparrarsi un Comune florido, importante, ben amministrato al punto di essere diventato un modello di buone pratiche per la Carnia riuscendo a ottenere finanziamenti importanti da Stato e Regione per quasi 17 milioni di euro. L’avanzo di bilancio di quasi due milioni di euro messo da parte per i tempi peggiori (la fine degli ingenti sostegni del Piano nazionale di ripresa e resilienza, PNRR) è un gruzzolo che fa gola a chi non concepisce che tanta abilità non sia frutto di consorterie politiche bensì di bravi amministratori. «Non vogliamo mettere bandierine ma solo fare il bene del paese» è stato detto: una contraddizione palese: portando Vannia Gava, viceministro leghista, Aurelia Bubisutti, ex senatrice leghista e proiettando la foto gigante di Fedriga che stringe la mano a Piero Gallo, più che una bandierina a Ovaro ieri è stato piantato uno stendardo del partito di Salvini. 

E allora ci chiediamo: Ovaro a trazione leghista sarà in grado in futuro di difendere le sue conquiste in fatto di sanità e assistenza di fronte ai tagli regionali e nazionali, sarà capace di dialogare con tutti come ha fatto finora per ottenere finanziamenti, sarà libera di progettare il futuro per il bene dei sui cittadini o diventerà una pedina degli appetiti e interessi di altri? Vogliamo davvero che vada così, pensiamo di sentirci più sicuri e garantiti? Cosa succederà fra un anno, fra due, quando si voterà a livello regionale e nazionale? È così conveniente schierarsi con un partito che molti sindaci carnici stanno abbandonando? 

È una frottola che questa lista e questo candidato sindaco siano dalla parte degli ovaresi. Si sono messi dalla parte dei poteri regionali e nazionali e dovranno rispondere a loro. È già successo in passato a Ovaro con conseguenze sconfortanti. Facciamo che non succeda di nuovo. 

Alessandra Beltrame, candidata della lista Insieme per crescere che sostiene la rielezione del sindaco Lino Not

domenica 3 maggio 2026

Gli amici si vedono nel tempo

Nei nostri paesi ci sono parole che valgono più che altrove: fiducia, presenza, serietà.

E ce n’è una che durante una campagna elettorale dovrebbe contare più di tutte: tempo.

Perché il tempo misura le persone. Misura la coerenza, la disponibilità, l’impegno reale verso la comunità. E soprattutto distingue chi c’è sempre stato da chi compare soltanto quando si avvicina la data delle elezioni.

Per questo, davanti alle molte parole già ascoltate, vale la pena riportare il confronto su un terreno semplice: i fatti.

Negli ultimi cinque anni Ovaro non ha attraversato una stagione facile. Il mandato amministrativo è iniziato in piena emergenza Covid e dopo il commissariamento del Comune. In quel momento non c’erano slogan da inventare né passerelle da organizzare: c’era da lavorare.

C’era da rimettere in moto una macchina amministrativa ferma, da seguire pratiche sospese, da ricostruire fiducia, da garantire servizi, da cercare risorse per non lasciare il paese fermo proprio nel momento più difficile.

Chi ha amministrato in questi anni lo ha fatto con limiti, come ogni esperienza umana, ma con una cosa che nessuno può negare: la presenza.

Presenza nei momenti difficili.
Presenza nel lavoro quotidiano spesso invisibile.
Presenza nel cercare fondi e opportunità.
Presenza nel presentare progetti, avviare opere, iniziative, attività culturali e sociali che hanno coinvolto tutte le età.
Presenza nel tenere unito il paese quando sarebbe stato più facile lamentarsi.

Oggi invece assistiamo a una scena già vista: persone che per anni non hanno mostrato particolare interesse per la vita pubblica del Comune improvvisamente scoprono che Ovaro avrebbe bisogno di “frizzantezza”, di “colpi d’ala”, di cambiamento.

È legittimo candidarsi. È legittimo avere idee diverse. Ma è altrettanto legittimo fare una domanda semplice: dov’erano in questi anni?

Dov’erano quando il Comune usciva dal commissariamento?
Dov’erano durante la pandemia?
Dov’erano nei Consigli comunali, nei confronti pubblici, nelle proposte, nei contributi concreti al dibattito amministrativo?

La memoria di una comunità conta più di molte dichiarazioni dell’ultima ora.

Cambiare -di per sé- non è un valore. Diventa un valore se esiste un progetto serio, credibile, fondato sulla conoscenza del territorio e sulla volontà di assumersi responsabilità vere.

Molto diverso è cambiare tanto per cambiare, inseguendo promesse generiche e programmi che dicono tutto e il contrario di tutto: giovani, anziani, famiglie, turismo, lavoro, sviluppo, servizi. Parole che piacciono a tutti, ma che senza priorità, competenze, risorse e concretezza restano parole.

Anche in queste settimane si sono sentite proposte suggestive, paragoni facili con realtà diverse, ipotesi miracolistiche su turismo e impianti, come se bastasse sostituire un’amministrazione per cambiare natura, geografia e storia di un territorio.

I paesi però non crescono per magia.

Crescono con il lavoro paziente, con scelte realistiche, con continuità amministrativa, con la capacità di valorizzare ciò che hanno davvero: il tessuto sociale, le imprese, i servizi, le associazioni, la qualità della vita, la forza delle persone.

Ovaro in questi anni ha seguito proprio questa strada: meno appariscente di certi slogan, ma molto più seria.

Resta poi una considerazione che molti cittadini fanno sottovoce ma con chiarezza. Dietro certe candidature presentate come spontanee e civiche si intravedono interessi, appoggi e regie che arrivano da fuori paese. Nulla di illegittimo, naturalmente. Ma è giusto chiedersi se si tratti davvero di un progetto nato per Ovaro o piuttosto dell’ennesimo tentativo di mettere una bandierina dove fa comodo.

Ovaro non è una preda.

È una comunità che merita rispetto, competenza e persone affidabili.

Per questo il punto delle prossime elezioni non è scegliere chi promette di più o chi parla più forte. Il punto è capire chi, nel tempo, ha dimostrato di esserci davvero.

Nei momenti facili sono buoni tutti.
Nei momenti difficili si vede la sostanza.

E gli amici, come si sa, si vedono nel tempo.

 

lunedì 6 aprile 2026

Una nuova passeggiata che conquista il territorio

 

Ci sono opere che attendono di essere comprese, altre che devono essere spiegate. E poi ce ne sono alcune che vengono semplicemente adottate fin dal primo giorno. È il segno più evidente del loro successo: quando le persone se ne appropriano spontaneamente, significa che rispondono a un bisogno reale e lo fanno con naturalezza.

È quanto accade lungo la nuova pista ciclopedonale che collega Ovaro a Comeglians , dove nelle ore più tiepide del giorno di Pasqua si è visto un continuo via vai di persone. Famiglie, camminatori, curiosi: tutti attratti da un tracciato che, ancora prima di essere completato con asfaltatura e arredi, appare già pienamente fruibile, pulito e armonioso. 

Eppure, non erano mancate le perplessità. Alcuni punti critici avevano fatto discutere, sollevando dubbi e interrogativi. Oggi, percorrendolo, quei timori sembrano notevolmente ridimensionati: il tracciato si sviluppa con coerenza, integrandosi nel paesaggio e accompagnando il passo con una piacevolezza quasi inattesa.

La passeggiata, per sua natura breve, si presta perfettamente anche a essere percorsa a piedi, senza fretta. Alterna tratti ombreggiati, fiancheggiati da alberi, a scorci aperti che invitano a fermarsi. Da qui lo sguardo si allunga verso le Dolomiti Pesarine, protagoniste silenziose ma imponenti di questo itinerario. 

Tra i passaggi più suggestivi è l'attraversamento dei ponti in pietra della vecchia ferrovia, risalenti al 1919, testimonianza di un passato che continua a vivere accanto al presente, ma anche il nuovo ponticello in legno che attraversa il Rio di Sutina appare un elemento leggero e discreto, che dialoga con l’ambiente senza imporsi.

Oltre alla dimensione paesaggistica ed estetica, il percorso assume anche un valore concreto e atteso da tempo: risolve infatti il problema del collegamento pedonale verso Comeglians. Un tratto che, lungo la Strada Regionale risultava finora pericoloso, privo di banchine e segnato da curve cieche e muri elevati. 

Oggi quel collegamento esiste, ed è sicuro.

Il giudizio complessivo non può che essere positivo. Un intervento riuscito, che dimostra come anche opere di dimensioni contenute possano avere un impatto significativo sulla qualità della vita e sulla percezione del territorio.

Ora non resta che attendere gli ultimi interventi: l’asfaltatura, gli elementi di arredo, e quelle infrastrutture meno visibili ma altrettanto importanti che completeranno il progetto.

Ma, a ben vedere, la passeggiata è già cominciata.


venerdì 21 ottobre 2022

Luigi Covassi – Medico condotto

Non credo esista una definizione diversa per descrivere chi era nostro nonno: era il medico condotto del paese e lo è stato per oltre cinquant'anni.

Nato nel 1900, ha vissuto in prima persona alcuni degli eventi storici più significativi della prima metà del secolo scegliendo però di dedicare tutta la sua esistenza alla sua professione e ad un luogo: Ovaro, Comune carnico nella Valle del Degano dove noi -sua famiglia- tuttora viviamo.

Con mio figlio Tommaso abbiamo lavorato a questa biografia confidenziale nella convinzione che anche a distanza di diversi anni la storia di Luigi ed il ricordo della grande generorsità con cui si è dedicato alla professione medica meritino di essere ricordati. Affinché questa memoria sia per il lettore più di una mera cronaca di fatti, abbiamo scelto di riportare delle riflessioni su come molti degli eventi descritti risultino attuali e permettano anche di meglio comprendere alcune delle sfide del periodo che stiamo vivendo.

L’intento non è però quello di intrattenere il lettore con vuoti moralismi, ma provare a fornire una visione che rispecchi i valori che hanno contraddistinto Covassi: la grande abnegazione verso il prossimo, la fede nella provvidenza, l’avversione per le mistificazioni e il suo interesse per la scienza e la medicina.

Abbiamo poi scelto di approfondire tematiche di cui abbiamo una conoscenza più diretta, tra le quali in particolare la storia dei paesi, delle case e degli incontri che sono stati significativi nella vita di Gigi. 

La dedizione di alcuni uomini e la fondazione di organizzazioni volte allo sviluppo della Carnia è un’altro tema che ricorre in questo libro. Come si vedrà si è scelto infatti di tratteggiare la storia di istituzioni importanti come la Banca Carnica, la CoopCa e la Comunità Carnica.




domenica 17 ottobre 2021

Val del Lago: valle degli e(o)rrori e problemi autostradali - di Franceschino Barazzutti


Il viadotto del lago di Cavazzo
    «Persiste la formazione della lunga fila di automezzi costretti a rimanere fermi o procedere a passo d’uomo tra il casello di Gemona e quello di Amaro dell’autostrada Palmanova-Tarvisio A23 al punto da essere costantemente citata nei comunicati radio relativi ai punti critici della viabilità nazionale. Una situazione che non fa onore al nostro Paese stante l’importanza di questa arteria e l’utenza principalmente internazionale. Una situazione che crea notevole disagio anche ai friulani, i quali per evitare il rischio di rimanere imbottigliati in quel tratto di autostrada ormai utilizzano la viabilità ordinaria, anche se questa presenta all’inizio della SR Carnica 52 un tratto-gimkana a causa dell’incomprensibile protrarsi della chiusura del “nuovo” ponte cementizio sul fiume Fella al quale fa da supplente quello vecchio in pietra.

Non è la prima volta che sulla A23 si verifica tale criticità a causa di interventi principalmente nelle due parallele “gallerie del lago” ed anche sui due grandi viadotti paralleli che nella parte nord scavalcano il lago e la valle sconvolgendoli con una lunga teoria di enormi piloni alcuni dei quali piantati addirittura sul fondale del lago. Ma questa criticità in atto si protrae da troppo tempo, si dice a causa di interventi manutentivi o di consolidamento delle gallerie. Del resto che gallerie e viadotti rappresentino per loro stessa natura momenti critici lo conferma la casistica del sistema stradale nazionale.  

Invero tali frequenti criticità inducono a considerazioni di ordine più generale sul tratto autostradale che da Osoppo giunge al casello di Amaro percorrendo l’intera Val del Lago. Infatti il viaggiatore che percorre verso nord il tratto rettilineo tra Buja e lo svincolo di Gemona ha ben visibile davanti a sè che il percorso attraverso la valle del Tagliamento sarebbe il più diretto, a cielo aperto, il più breve, il più semplice, il più razionale, il meno impattante, il meno costoso, quindi di ovvio buon senso. Tant’è che la gente lo dava per scontato e che anche la bozza del Piano Urbanistico Regionale dell’assessore De Carli prevedeva proprio che da Osoppo l’autostrada proseguisse dritta dritta a cielo aperto lungo la Valle del Tagliamento per poi inoltrarsi nella Valle del Fella.

Accadde invece che in uno dei primissimi anni ’70 l’allora Presidente della Giunta Regionale Berzanti convocasse presso il municipio di Trasaghis i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali di maggioranza e di minoranza dei Comuni di Trasaghis e di Cavazzo Carnico ed annunciasse in modo perentorio che l’autostrada sarebbe passata attraverso la Val del Lago, aggiungendo, davanti alla sorpresa ed alle proteste degli amministratori locali, che anche lui, cioè la Regione, non poteva farci niente. E così si abbandonava il tracciato diretto per un altro ad arco ben più lungo e problematico. Di tale irrazionale decisione non venne data alcuna spiegazione per cui diversi furono i “si dice”, tra cui la volontà di Tolmezzo di avere l’autostrada ed il casello il più vicini possibile, i vincoli posti dalle alte autorità militari e persino la volontà di spendere comunque tutti i soldi già stanziati. Chi conosce il vero motivo parli!

Nella valle quindi si sviluppò un forte movimento popolare di opposizione che, con la parola d’ordine “autostrada funesta, alla Val del Lago non farai la festa!”, ebbe la sua punta più avanzata tra la popolazione del comune di Trasaghis ed in quella Amministrazione Comunale. Per contenere tale opposizione, dall’Alto fu avanzata la proposta di creare posti di lavoro attraverso la realizzazione di un’area di servizio sulla riva sud del lago, proprio quella più vocata alla fruizione turistica. Proposta – polpetta avvelenata – giustamente respinta poiché avrebbe comportato l’acquisizione di quell’area rivierasca da parte dell’autostrada e quindi di Autostrade spa dei Benetton.

Con l’autostrada si completava lo scempio della Val del Lago iniziato dalla Società Adriatica di Elettricità (SADE) negli anni ’50 con la costruzione della centrale idroelettrica di Somplago il cui scarico di acque gelide e torbide nel lago naturale con deposito di fango sul fondale, l’oscillazione del livello, l’erosione delle rive, la riduzione della superficie lacustre hanno decretato la morte delle varie forme di vita acquatica e dello stesso lago, mentre la valle veniva attraversata e snaturata dagli alti tralicci degli elettrodotti che portavano altrove la corrente rendendo ben visibile la completa sottomissione della valle all’idroelettrico.

Successivamente la Società Italiana dell’Oleodotto Transalpino (SIOT) stendeva la sua condotta lungo la valle con un tratto adiacente alla riva ovest, un altro sul fondale del lago e la stazione di pompaggio con relativo grande serbatoio cilindrico sulla riva nord, per poi attraversare il sistema di acque scaturenti dalla base della rupe di San Candido, fra l’altro dichiarata poi pericolante a seguito delle verifiche conseguenti al terremoto del 1976.

Visto che è in arrivo anche l’elettrodotto Wurmlach-Somplago, manca solo che – dato l’attuale revival – ci aggiungano anche una centrale nucleare!

Gli interventi realizzati nei tempi moderni dall’homo sapiens in quella che era una valle bellissima sono stati improntati non alla sapienza, alla saggezza, ma a ben altri meno nobili criteri, che hanno fatto della Val del Lago la Valle degli Errori. O meglio, degli Orrori.

Nel frattempo la fila degli autoveicoli continua a fermarsi o a procedere a passo d’uomo.

Franceschino Barazzutti, già sindaco di Cavazzo Carnico


  

lunedì 15 marzo 2021

"Hanno spartito fra loro le mie acque"

 

Non paghi di continuare a farsi gli affari loro senza tanto chiasso, o forse preoccupati per le polemiche generate dalle visibilità mediatica data alle vicende del Fella e del Degano nonché dalle ricadute negative che la discussione sul grande idroelettrico potrebbe avere anche sulle loro preziose concessioni, gli imprenditori idroelettrici del Friuli fanno sentire la loro voce attraverso una giovane donna che in meno di una settimana appare per ben due volte sulle colonne del quotidiano locale.

"Sono Lisa Di Centa, laureata in ingegneria meccanica e proprietaria di una concessione di derivazione d'acqua in Carnia". In Carnia: non specifica dove. Proprietaria di una derivazione d'acqua: non precisa da quando visto che nel curriculum del 2019 presentato in occasione della sua candidatura alle elezioni amministrative del Comune di Ampezzo dichiarava di essere studentessa.

L'operazione è trasparente: da una parte una ragazza studiosa, propositiva; dall'altra vecchi invidiosi, nemici del progresso che osteggiano la legittima volontà di mettere a frutto le risorse del territorio che sapientemente nel corso di anni e a prezzo di lunghi iter burocratici i pochi sono riusciti ad aggiudicarsi. L'assist arriva tempestivamente anche da parte della Presidente Gianna Cimenti: "Complimenti Lisa per l'articolo sul settore idroelettrico e Benvenuta nell'associazione degli imprenditori idroelettrici del Fvg!"



Dal colle della pieve che sovrasta Comeglians, salutata l'ennesima persona amica che ha lasciato la valle in una macchina troppo grande e che vi tornerà tra qualche giorno in un contenitore molto piccolo, passo a trovare Giorgio Ferigo che riposa nelle retrovie delle cappelle dei sorestanz sotto una lapide che ricorda certe superfici disegnate da Carlo Scarpa.

Mi affaccio oltre il muro del cimitero e sotto si apre -sempre sorprendente- lo scenario dei paesi raccolti ai lati del fiume o appoggiati ai terrazzi di mezza costa. Era una vista a cui mancavo da un po' e mi impressiona nel greto del Degano l'eclatante scarsità di acqua.

Se la larghezza dell'alveo è in stretta relazione con la portata del corso d'acqua, siamo quasi all'asciutto: in pochi anni siamo diventati le grave della Carnia

Questo è il tratto del fiume dove due società si proporrebbero di prelevare metà della portata per immetterla nella loro condotta e restituirla poco sopra il ponte che si vede laggiù in fondo. Non si capisce di quale acqua ragionino e -nella non concessa ipotesi- cosa resti.

La giovane imprenditrice seguita il suo intervento a stampa lamentando la demonizzazione dell' impiego idroelettrico del quale evidenzia il ridotto impatto e la favorevole ricaduta occupazionale. Spiega anche che gli impianti di piccola taglia sono l'ideale per dotare di energia elettrica malghe e rifugi e si chiede, in chiusura, perché ci si lamenti adesso dopo che per anni "tecnici competenti" hanno accompagnato il progetto nelle varie fasi dell'iter autorizzativo. 

A parte l'accostamento inconferente tra il generatore che può elettrificare un rifugio o una malga (può venire azionato da una tubazione da 100 mm.) e una centrale del costo di qualche milione di euro realizzata a soli fini di profitto da imprenditori che reinvestono nell'idroelettrico gli utili derivanti da altre attività (segherie, attività industriali) si sorvola completamente sul fatto che le nuove concessioni si sommano a quanto esistente e che proprio grazie ad annosi iter, concessioni che oggi con l'entrata in vigore del Piano Regionale di Tutela delle Acque probabilmente non verrebbero più rilasciate hanno invece già oltrepassato quel punto di non ritorno dopo il quale nemmeno la Regione, sollecitata dall'opinione pubblica può più intervenire.

Lasciate fare: pur definendosi mini, le centraline inghiottono vagonate d'acqua; spesso l'ultima residua in un fiume che tratto a tratto è stato ridotto ad una successione di prelievo-rilascio, prelievo-rilascio che inficia anche gli accorgimenti di mitigazione dell'impatto in quanto non si tiene mai conto della sommatoria degli effetti. Quanto al deflusso ecologico, poche volte una volta avviato l'impianto lo vediamo rispettato o fatto rispettare: è una sorta di foglia di fico applicata alle pudenda delle centraline per renderle accettabili. 

Ma volendo anche credere alla narrazione dell' ingegnera Di Centa: se questo idroelettrico è così vantaggioso, perché non lo realizza ad Ampezzo vicino a casa sua invece che a casa nostra?

Non sarà che come Consigliere comunale troverebbe arduo giustificare una simile operazione sul suo territorio alienandosi le simpatie anche dei 22 elettori che le hanno espresso preferenza nella consultazione?

Ma forse il motivo è tristemente evidente: in Val Tagliamento è stata preceduta e non vi è più altra acqua da utilizzare (V. tabella)






giovedì 24 dicembre 2020

Ci rivendono la nostra acqua!


Lo scariico di troppo pieno dell'acquedotto di Ludaria
   Puntuale, al sopraggiungere della stagione fredda, Cafc rinnova agli utenti raccoman- dazioni per la corretta costodia dei contatori dell'acqua. La società sa benissimo che in montagna il misuratore è un componente fragile, così ha pensato bene di trasformare gli utenti in... custodi di un' apparecchiatura che -salvo eccezioni- non hanno mai chiesto e che essenzialmente in un territorio ricco di acqua non si capisce a cosa serva, visto che il liquido proviene dalle sorgenti, discende lungo i condotti per gravità così come sgorga ed è talmente abbondante che dal troppo pieno viene reimmesso in gran copia in fognatura, se non direttamente nei corsi d'acqua (V. immagine a lato).

Nel frattempo, a mezzo stampa il Presidente del Cafc Benigno (sarà forse benigno con gli udinesi, certo non con noi) continua a martellarci con la narrazione di scelte obbligate e obiettivi irrinunciabili che per la montagna si traducono unicamente nel dover contribuire ad investimenti di scarsa o nulla utilità (chissà a cosa dovrebbero servirci lo smart metering o la realtà aumentata per far scendere l'acqua per caduta dall' opera di presa al rubinetto?).

L'ultima di oggi è la presentazione di un piano industriale da 90 milioni di euro "che non comporterà nessun aumento delle tariffe dell'acqua". Grazie, ma a noi non interessa che non aumentino; devono venire diminuite ed il gioco ora è scoperto: si creano ad hoc dei nuovi investimenti per giustificare la fatturazione esosa dell'acqua che sgorga appena sopra casa e non deve far altro che ruscellare giù come sempre stato dall'inizio del mondo.

A furia di venire inghiottito da pesci di dimensioni crescenti il sistema idropotabile del nostro Comune -che sarebbe totalmente autosufficiente- ha ora un peso sul totale dello 0,0472%; in possesso di tutto il necessario non ha nessuna incidenza sui processi decisionali che riguardano la SUA risorsa, gestita e rivendutaci dal Cafc.

Questa adesione forzata, esente da qualsivoglia beneficio, ha solamente comportato l'amplificazione elefantiaca delle bollette fino a suscitare l'indignazione nientemento che di Gianni Da Pozzo Presidente di Confcommercio (e se le fatture le ritiene sconce lui stateci: sono sconce). Non è mancato il botta e risposta del Presidente Benigno che continua a batterla su innovazione e investimenti. Ma scusate: se porto in officina la mia macchinina vecchia alimentata da un carburatore Solex, dovrò mica pagarlo io il centro diagnosi per centraline elettroniche che non ho neanche lo spinotto multipolo per poterlo collegare?  

In definitiva tutta questa innovazione potrà anche rappresentare un costo giustificato in un contesto urbano dotato di un sistema di raccolta e trasporto dell' acqua potabile complicato da trattamenti, sollevamenti, filtraggi, ma é priva di senso per noi e significa semplicemente che in bolletta ci troveremo degli ulteriori costi che si sommano ai conguagli che sono arrivati con effetto retroattivo dall'anno 2018, periodo che avevamo tutte le ragioni di ritenere saldato e viceversa ora risulterebbe che era solo un acconto da compensare in base a calcoli illeggibili che per quanto ne so io potrebbero essere tranquillamente inventati di sana pianta allo scopo di fare cassa).