La ditta apparteneva a tre soci: due fratelli che seguivano i cantieri e il misterioso Corò, che non si vedeva mai ma si capiva che doveva essere quello che conduceva le danze.
Di questo titolare ci parlava spesso un operaio piccoletto, Vianello che che sosteneva di avere con lui un rapporto speciale. Diceva di conoscerlo bene, di potergli parlare, di poterne influenzare le decisioni. Lo raccontava con una tale insistenza che, giorno dopo giorno, quella confidenza finiva quasi per sembrar vera. O almeno, possibile.
Questa sua narrazione continuò per diversi giorni. Poi una mattina nel villaggio che stavamo montando, cominciò a girare la voce: sarebbe arrivato.
Si lavorava con un’attenzione diversa, come se da un momento all’altro tutto potesse essere visto, giudicato. Anche il nostro uomo era irrequieto, più del solito.
A un certo punto si sentì il rumore delle ruote sulla ghiaia. Una macchina grande blu scuro -credo una 132- entrò nel cantiere e si fermò.
Lui scattò fuori da una baracca, come spinto da una molla, e cominciò a correre verso l’uomo che incedeva, chiamandolo a voce alta: «Corò! Corò!»
Quello avanzò senza fretta, guardandosi intorno. Non si fermò.
Quando gli passò accanto, voltò appena la testa e gli disse: «Ciao, bòcia»
E tirò dritto.
Per un attimo l'operaio rimase lì, fermo, con un mezzo sorriso che non sapeva più dove stare.
Riprendemmo a lavorare senza dire niente.







