domenica 3 maggio 2026

Gli amici si vedono nel tempo

Nei nostri paesi ci sono parole che valgono più che altrove: fiducia, presenza, serietà.

E ce n’è una che durante una campagna elettorale dovrebbe contare più di tutte: tempo.

Perché il tempo misura le persone. Misura la coerenza, la disponibilità, l’impegno reale verso la comunità. E soprattutto distingue chi c’è sempre stato da chi compare soltanto quando si avvicina la data delle elezioni.

Per questo, davanti alle molte parole già ascoltate, vale la pena riportare il confronto su un terreno semplice: i fatti.

Negli ultimi cinque anni Ovaro non ha attraversato una stagione facile. Il mandato amministrativo è iniziato in piena emergenza Covid e dopo il commissariamento del Comune. In quel momento non c’erano slogan da inventare né passerelle da organizzare: c’era da lavorare.

C’era da rimettere in moto una macchina amministrativa ferma, da seguire pratiche sospese, da ricostruire fiducia, da garantire servizi, da cercare risorse per non lasciare il paese fermo proprio nel momento più difficile.

Chi ha amministrato in questi anni lo ha fatto con limiti, come ogni esperienza umana, ma con una cosa che nessuno può negare: la presenza.

Presenza nei momenti difficili.
Presenza nel lavoro quotidiano spesso invisibile.
Presenza nel cercare fondi e opportunità.
Presenza nel presentare progetti, avviare opere, iniziative, attività culturali e sociali che hanno coinvolto tutte le età.
Presenza nel tenere unito il paese quando sarebbe stato più facile lamentarsi.

Oggi invece assistiamo a una scena già vista: persone che per anni non hanno mostrato particolare interesse per la vita pubblica del Comune improvvisamente scoprono che Ovaro avrebbe bisogno di “frizzantezza”, di “colpi d’ala”, di cambiamento.

È legittimo candidarsi. È legittimo avere idee diverse. Ma è altrettanto legittimo fare una domanda semplice: dov’erano in questi anni?

Dov’erano quando il Comune usciva dal commissariamento?
Dov’erano durante la pandemia?
Dov’erano nei Consigli comunali, nei confronti pubblici, nelle proposte, nei contributi concreti al dibattito amministrativo?

La memoria di una comunità conta più di molte dichiarazioni dell’ultima ora.

Cambiare -di per sé- non è un valore. Diventa un valore se esiste un progetto serio, credibile, fondato sulla conoscenza del territorio e sulla volontà di assumersi responsabilità vere.

Molto diverso è cambiare tanto per cambiare, inseguendo promesse generiche e programmi che dicono tutto e il contrario di tutto: giovani, anziani, famiglie, turismo, lavoro, sviluppo, servizi. Parole che piacciono a tutti, ma che senza priorità, competenze, risorse e concretezza restano parole.

Anche in queste settimane si sono sentite proposte suggestive, paragoni facili con realtà diverse, ipotesi miracolistiche su turismo e impianti, come se bastasse sostituire un’amministrazione per cambiare natura, geografia e storia di un territorio.

I paesi però non crescono per magia.

Crescono con il lavoro paziente, con scelte realistiche, con continuità amministrativa, con la capacità di valorizzare ciò che hanno davvero: il tessuto sociale, le imprese, i servizi, le associazioni, la qualità della vita, la forza delle persone.

Ovaro in questi anni ha seguito proprio questa strada: meno appariscente di certi slogan, ma molto più seria.

Resta poi una considerazione che molti cittadini fanno sottovoce ma con chiarezza. Dietro certe candidature presentate come spontanee e civiche si intravedono interessi, appoggi e regie che arrivano da fuori paese. Nulla di illegittimo, naturalmente. Ma è giusto chiedersi se si tratti davvero di un progetto nato per Ovaro o piuttosto dell’ennesimo tentativo di mettere una bandierina dove fa comodo.

Ovaro non è una preda.

È una comunità che merita rispetto, competenza e persone affidabili.

Per questo il punto delle prossime elezioni non è scegliere chi promette di più o chi parla più forte. Il punto è capire chi, nel tempo, ha dimostrato di esserci davvero.

Nei momenti facili sono buoni tutti.
Nei momenti difficili si vede la sostanza.

E gli amici, come si sa, si vedono nel tempo.

 

lunedì 6 aprile 2026

Una nuova passeggiata che conquista il territorio

 

Ci sono opere che attendono di essere comprese, altre che devono essere spiegate. E poi ce ne sono alcune che vengono semplicemente adottate fin dal primo giorno. È il segno più evidente del loro successo: quando le persone se ne appropriano spontaneamente, significa che rispondono a un bisogno reale e lo fanno con naturalezza.

È quanto accade lungo la nuova pista ciclopedonale che collega Ovaro a Comeglians , dove nelle ore più tiepide del giorno di Pasqua si è visto un continuo via vai di persone. Famiglie, camminatori, curiosi: tutti attratti da un tracciato che, ancora prima di essere completato con asfaltatura e arredi, appare già pienamente fruibile, pulito e armonioso. 

Eppure, non erano mancate le perplessità. Alcuni punti critici avevano fatto discutere, sollevando dubbi e interrogativi. Oggi, percorrendolo, quei timori sembrano notevolmente ridimensionati: il tracciato si sviluppa con coerenza, integrandosi nel paesaggio e accompagnando il passo con una piacevolezza quasi inattesa.

La passeggiata, per sua natura breve, si presta perfettamente anche a essere percorsa a piedi, senza fretta. Alterna tratti ombreggiati, fiancheggiati da alberi, a scorci aperti che invitano a fermarsi. Da qui lo sguardo si allunga verso le Dolomiti Pesarine, protagoniste silenziose ma imponenti di questo itinerario. 

Tra i passaggi più suggestivi è l'attraversamento dei ponti in pietra della vecchia ferrovia, risalenti al 1919, testimonianza di un passato che continua a vivere accanto al presente, ma anche il nuovo ponticello in legno che attraversa il Rio di Sutina appare un elemento leggero e discreto, che dialoga con l’ambiente senza imporsi.

Oltre alla dimensione paesaggistica ed estetica, il percorso assume anche un valore concreto e atteso da tempo: risolve infatti il problema del collegamento pedonale verso Comeglians. Un tratto che, lungo la Strada Regionale risultava finora pericoloso, privo di banchine e segnato da curve cieche e muri elevati. 

Oggi quel collegamento esiste, ed è sicuro.

Il giudizio complessivo non può che essere positivo. Un intervento riuscito, che dimostra come anche opere di dimensioni contenute possano avere un impatto significativo sulla qualità della vita e sulla percezione del territorio.

Ora non resta che attendere gli ultimi interventi: l’asfaltatura, gli elementi di arredo, e quelle infrastrutture meno visibili ma altrettanto importanti che completeranno il progetto.

Ma, a ben vedere, la passeggiata è già cominciata.


venerdì 21 ottobre 2022

Luigi Covassi – Medico condotto

Non credo esista una definizione diversa per descrivere chi era nostro nonno: era il medico condotto del paese e lo è stato per oltre cinquant'anni.

Nato nel 1900, ha vissuto in prima persona alcuni degli eventi storici più significativi della prima metà del secolo scegliendo però di dedicare tutta la sua esistenza alla sua professione e ad un luogo: Ovaro, Comune carnico nella Valle del Degano dove noi -sua famiglia- tuttora viviamo.

Con mio figlio Tommaso abbiamo lavorato a questa biografia confidenziale nella convinzione che anche a distanza di diversi anni la storia di Luigi ed il ricordo della grande generorsità con cui si è dedicato alla professione medica meritino di essere ricordati. Affinché questa memoria sia per il lettore più di una mera cronaca di fatti, abbiamo scelto di riportare delle riflessioni su come molti degli eventi descritti risultino attuali e permettano anche di meglio comprendere alcune delle sfide del periodo che stiamo vivendo.

L’intento non è però quello di intrattenere il lettore con vuoti moralismi, ma provare a fornire una visione che rispecchi i valori che hanno contraddistinto Covassi: la grande abnegazione verso il prossimo, la fede nella provvidenza, l’avversione per le mistificazioni e il suo interesse per la scienza e la medicina.

Abbiamo poi scelto di approfondire tematiche di cui abbiamo una conoscenza più diretta, tra le quali in particolare la storia dei paesi, delle case e degli incontri che sono stati significativi nella vita di Gigi. 

La dedizione di alcuni uomini e la fondazione di organizzazioni volte allo sviluppo della Carnia è un’altro tema che ricorre in questo libro. Come si vedrà si è scelto infatti di tratteggiare la storia di istituzioni importanti come la Banca Carnica, la CoopCa e la Comunità Carnica.




domenica 17 ottobre 2021

Val del Lago: valle degli e(o)rrori e problemi autostradali - di Franceschino Barazzutti


Il viadotto del lago di Cavazzo
    «Persiste la formazione della lunga fila di automezzi costretti a rimanere fermi o procedere a passo d’uomo tra il casello di Gemona e quello di Amaro dell’autostrada Palmanova-Tarvisio A23 al punto da essere costantemente citata nei comunicati radio relativi ai punti critici della viabilità nazionale. Una situazione che non fa onore al nostro Paese stante l’importanza di questa arteria e l’utenza principalmente internazionale. Una situazione che crea notevole disagio anche ai friulani, i quali per evitare il rischio di rimanere imbottigliati in quel tratto di autostrada ormai utilizzano la viabilità ordinaria, anche se questa presenta all’inizio della SR Carnica 52 un tratto-gimkana a causa dell’incomprensibile protrarsi della chiusura del “nuovo” ponte cementizio sul fiume Fella al quale fa da supplente quello vecchio in pietra.

Non è la prima volta che sulla A23 si verifica tale criticità a causa di interventi principalmente nelle due parallele “gallerie del lago” ed anche sui due grandi viadotti paralleli che nella parte nord scavalcano il lago e la valle sconvolgendoli con una lunga teoria di enormi piloni alcuni dei quali piantati addirittura sul fondale del lago. Ma questa criticità in atto si protrae da troppo tempo, si dice a causa di interventi manutentivi o di consolidamento delle gallerie. Del resto che gallerie e viadotti rappresentino per loro stessa natura momenti critici lo conferma la casistica del sistema stradale nazionale.  

Invero tali frequenti criticità inducono a considerazioni di ordine più generale sul tratto autostradale che da Osoppo giunge al casello di Amaro percorrendo l’intera Val del Lago. Infatti il viaggiatore che percorre verso nord il tratto rettilineo tra Buja e lo svincolo di Gemona ha ben visibile davanti a sè che il percorso attraverso la valle del Tagliamento sarebbe il più diretto, a cielo aperto, il più breve, il più semplice, il più razionale, il meno impattante, il meno costoso, quindi di ovvio buon senso. Tant’è che la gente lo dava per scontato e che anche la bozza del Piano Urbanistico Regionale dell’assessore De Carli prevedeva proprio che da Osoppo l’autostrada proseguisse dritta dritta a cielo aperto lungo la Valle del Tagliamento per poi inoltrarsi nella Valle del Fella.

Accadde invece che in uno dei primissimi anni ’70 l’allora Presidente della Giunta Regionale Berzanti convocasse presso il municipio di Trasaghis i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali di maggioranza e di minoranza dei Comuni di Trasaghis e di Cavazzo Carnico ed annunciasse in modo perentorio che l’autostrada sarebbe passata attraverso la Val del Lago, aggiungendo, davanti alla sorpresa ed alle proteste degli amministratori locali, che anche lui, cioè la Regione, non poteva farci niente. E così si abbandonava il tracciato diretto per un altro ad arco ben più lungo e problematico. Di tale irrazionale decisione non venne data alcuna spiegazione per cui diversi furono i “si dice”, tra cui la volontà di Tolmezzo di avere l’autostrada ed il casello il più vicini possibile, i vincoli posti dalle alte autorità militari e persino la volontà di spendere comunque tutti i soldi già stanziati. Chi conosce il vero motivo parli!

Nella valle quindi si sviluppò un forte movimento popolare di opposizione che, con la parola d’ordine “autostrada funesta, alla Val del Lago non farai la festa!”, ebbe la sua punta più avanzata tra la popolazione del comune di Trasaghis ed in quella Amministrazione Comunale. Per contenere tale opposizione, dall’Alto fu avanzata la proposta di creare posti di lavoro attraverso la realizzazione di un’area di servizio sulla riva sud del lago, proprio quella più vocata alla fruizione turistica. Proposta – polpetta avvelenata – giustamente respinta poiché avrebbe comportato l’acquisizione di quell’area rivierasca da parte dell’autostrada e quindi di Autostrade spa dei Benetton.

Con l’autostrada si completava lo scempio della Val del Lago iniziato dalla Società Adriatica di Elettricità (SADE) negli anni ’50 con la costruzione della centrale idroelettrica di Somplago il cui scarico di acque gelide e torbide nel lago naturale con deposito di fango sul fondale, l’oscillazione del livello, l’erosione delle rive, la riduzione della superficie lacustre hanno decretato la morte delle varie forme di vita acquatica e dello stesso lago, mentre la valle veniva attraversata e snaturata dagli alti tralicci degli elettrodotti che portavano altrove la corrente rendendo ben visibile la completa sottomissione della valle all’idroelettrico.

Successivamente la Società Italiana dell’Oleodotto Transalpino (SIOT) stendeva la sua condotta lungo la valle con un tratto adiacente alla riva ovest, un altro sul fondale del lago e la stazione di pompaggio con relativo grande serbatoio cilindrico sulla riva nord, per poi attraversare il sistema di acque scaturenti dalla base della rupe di San Candido, fra l’altro dichiarata poi pericolante a seguito delle verifiche conseguenti al terremoto del 1976.

Visto che è in arrivo anche l’elettrodotto Wurmlach-Somplago, manca solo che – dato l’attuale revival – ci aggiungano anche una centrale nucleare!

Gli interventi realizzati nei tempi moderni dall’homo sapiens in quella che era una valle bellissima sono stati improntati non alla sapienza, alla saggezza, ma a ben altri meno nobili criteri, che hanno fatto della Val del Lago la Valle degli Errori. O meglio, degli Orrori.

Nel frattempo la fila degli autoveicoli continua a fermarsi o a procedere a passo d’uomo.

Franceschino Barazzutti, già sindaco di Cavazzo Carnico


  

lunedì 15 marzo 2021

"Hanno spartito fra loro le mie acque"

 

Non paghi di continuare a farsi gli affari loro senza tanto chiasso, o forse preoccupati per le polemiche generate dalle visibilità mediatica data alle vicende del Fella e del Degano nonché dalle ricadute negative che la discussione sul grande idroelettrico potrebbe avere anche sulle loro preziose concessioni, gli imprenditori idroelettrici del Friuli fanno sentire la loro voce attraverso una giovane donna che in meno di una settimana appare per ben due volte sulle colonne del quotidiano locale.

"Sono Lisa Di Centa, laureata in ingegneria meccanica e proprietaria di una concessione di derivazione d'acqua in Carnia". In Carnia: non specifica dove. Proprietaria di una derivazione d'acqua: non precisa da quando visto che nel curriculum del 2019 presentato in occasione della sua candidatura alle elezioni amministrative del Comune di Ampezzo dichiarava di essere studentessa.

L'operazione è trasparente: da una parte una ragazza studiosa, propositiva; dall'altra vecchi invidiosi, nemici del progresso che osteggiano la legittima volontà di mettere a frutto le risorse del territorio che sapientemente nel corso di anni e a prezzo di lunghi iter burocratici i pochi sono riusciti ad aggiudicarsi. L'assist arriva tempestivamente anche da parte della Presidente Gianna Cimenti: "Complimenti Lisa per l'articolo sul settore idroelettrico e Benvenuta nell'associazione degli imprenditori idroelettrici del Fvg!"



Dal colle della pieve che sovrasta Comeglians, salutata l'ennesima persona amica che ha lasciato la valle in una macchina troppo grande e che vi tornerà tra qualche giorno in un contenitore molto piccolo, passo a trovare Giorgio Ferigo che riposa nelle retrovie delle cappelle dei sorestanz sotto una lapide che ricorda certe superfici disegnate da Carlo Scarpa.

Mi affaccio oltre il muro del cimitero e sotto si apre -sempre sorprendente- lo scenario dei paesi raccolti ai lati del fiume o appoggiati ai terrazzi di mezza costa. Era una vista a cui mancavo da un po' e mi impressiona nel greto del Degano l'eclatante scarsità di acqua.

Se la larghezza dell'alveo è in stretta relazione con la portata del corso d'acqua, siamo quasi all'asciutto: in pochi anni siamo diventati le grave della Carnia

Questo è il tratto del fiume dove due società si proporrebbero di prelevare metà della portata per immetterla nella loro condotta e restituirla poco sopra il ponte che si vede laggiù in fondo. Non si capisce di quale acqua ragionino e -nella non concessa ipotesi- cosa resti.

La giovane imprenditrice seguita il suo intervento a stampa lamentando la demonizzazione dell' impiego idroelettrico del quale evidenzia il ridotto impatto e la favorevole ricaduta occupazionale. Spiega anche che gli impianti di piccola taglia sono l'ideale per dotare di energia elettrica malghe e rifugi e si chiede, in chiusura, perché ci si lamenti adesso dopo che per anni "tecnici competenti" hanno accompagnato il progetto nelle varie fasi dell'iter autorizzativo. 

A parte l'accostamento inconferente tra il generatore che può elettrificare un rifugio o una malga (può venire azionato da una tubazione da 100 mm.) e una centrale del costo di qualche milione di euro realizzata a soli fini di profitto da imprenditori che reinvestono nell'idroelettrico gli utili derivanti da altre attività (segherie, attività industriali) si sorvola completamente sul fatto che le nuove concessioni si sommano a quanto esistente e che proprio grazie ad annosi iter, concessioni che oggi con l'entrata in vigore del Piano Regionale di Tutela delle Acque probabilmente non verrebbero più rilasciate hanno invece già oltrepassato quel punto di non ritorno dopo il quale nemmeno la Regione, sollecitata dall'opinione pubblica può più intervenire.

Lasciate fare: pur definendosi mini, le centraline inghiottono vagonate d'acqua; spesso l'ultima residua in un fiume che tratto a tratto è stato ridotto ad una successione di prelievo-rilascio, prelievo-rilascio che inficia anche gli accorgimenti di mitigazione dell'impatto in quanto non si tiene mai conto della sommatoria degli effetti. Quanto al deflusso ecologico, poche volte una volta avviato l'impianto lo vediamo rispettato o fatto rispettare: è una sorta di foglia di fico applicata alle pudenda delle centraline per renderle accettabili. 

Ma volendo anche credere alla narrazione dell' ingegnera Di Centa: se questo idroelettrico è così vantaggioso, perché non lo realizza ad Ampezzo vicino a casa sua invece che a casa nostra?

Non sarà che come Consigliere comunale troverebbe arduo giustificare una simile operazione sul suo territorio alienandosi le simpatie anche dei 22 elettori che le hanno espresso preferenza nella consultazione?

Ma forse il motivo è tristemente evidente: in Val Tagliamento è stata preceduta e non vi è più altra acqua da utilizzare (V. tabella)






giovedì 24 dicembre 2020

Ci rivendono la nostra acqua!


Lo scariico di troppo pieno dell'acquedotto di Ludaria
   Puntuale, al sopraggiungere della stagione fredda, Cafc rinnova agli utenti raccoman- dazioni per la corretta costodia dei contatori dell'acqua. La società sa benissimo che in montagna il misuratore è un componente fragile, così ha pensato bene di trasformare gli utenti in... custodi di un' apparecchiatura che -salvo eccezioni- non hanno mai chiesto e che essenzialmente in un territorio ricco di acqua non si capisce a cosa serva, visto che il liquido proviene dalle sorgenti, discende lungo i condotti per gravità così come sgorga ed è talmente abbondante che dal troppo pieno viene reimmesso in gran copia in fognatura, se non direttamente nei corsi d'acqua (V. immagine a lato).

Nel frattempo, a mezzo stampa il Presidente del Cafc Benigno (sarà forse benigno con gli udinesi, certo non con noi) continua a martellarci con la narrazione di scelte obbligate e obiettivi irrinunciabili che per la montagna si traducono unicamente nel dover contribuire ad investimenti di scarsa o nulla utilità (chissà a cosa dovrebbero servirci lo smart metering o la realtà aumentata per far scendere l'acqua per caduta dall' opera di presa al rubinetto?).

L'ultima di oggi è la presentazione di un piano industriale da 90 milioni di euro "che non comporterà nessun aumento delle tariffe dell'acqua". Grazie, ma a noi non interessa che non aumentino; devono venire diminuite ed il gioco ora è scoperto: si creano ad hoc dei nuovi investimenti per giustificare la fatturazione esosa dell'acqua che sgorga appena sopra casa e non deve far altro che ruscellare giù come sempre stato dall'inizio del mondo.

A furia di venire inghiottito da pesci di dimensioni crescenti il sistema idropotabile del nostro Comune -che sarebbe totalmente autosufficiente- ha ora un peso sul totale dello 0,0472%; in possesso di tutto il necessario non ha nessuna incidenza sui processi decisionali che riguardano la SUA risorsa, gestita e rivendutaci dal Cafc.

Questa adesione forzata, esente da qualsivoglia beneficio, ha solamente comportato l'amplificazione elefantiaca delle bollette fino a suscitare l'indignazione nientemento che di Gianni Da Pozzo Presidente di Confcommercio (e se le fatture le ritiene sconce lui stateci: sono sconce). Non è mancato il botta e risposta del Presidente Benigno che continua a batterla su innovazione e investimenti. Ma scusate: se porto in officina la mia macchinina vecchia alimentata da un carburatore Solex, dovrò mica pagarlo io il centro diagnosi per centraline elettroniche che non ho neanche lo spinotto multipolo per poterlo collegare?  

In definitiva tutta questa innovazione potrà anche rappresentare un costo giustificato in un contesto urbano dotato di un sistema di raccolta e trasporto dell' acqua potabile complicato da trattamenti, sollevamenti, filtraggi, ma é priva di senso per noi e significa semplicemente che in bolletta ci troveremo degli ulteriori costi che si sommano ai conguagli che sono arrivati con effetto retroattivo dall'anno 2018, periodo che avevamo tutte le ragioni di ritenere saldato e viceversa ora risulterebbe che era solo un acconto da compensare in base a calcoli illeggibili che per quanto ne so io potrebbero essere tranquillamente inventati di sana pianta allo scopo di fare cassa).






domenica 13 dicembre 2020

Pianura illuminata e montagna al buio - di Franceschino Barazzutti

 

Puntuale, come in ogni maltempo, anche questa volta si è ripetuta la stessa situazione: paesi della montagna rimasti al buio ed al freddo a causa dei guasti alla rete di distribuzione dell’energia elettrica. Situazione paradossale poiché a rimanere al buio sono quelle valli dove grandi centrali e tante centraline idroelettriche producono energia.

Riporto solo a titolo di esempio e perché significativa la situazione dell’Alta Val Degano che finisce spesso nella cronaca giornalistica per le interruzioni della corrente elettrica a causa del maltempo nonostante la notevole presenza delle centrali idroelettriche di Luincis-Applis, del Vaglina, di Magnanins, del Fulin, del Degano ad Avoltri, della società Monte Cucco.

Il fatto che a rimanere al buio siano proprio le località di montagna dove si produce l’energia elettrica induce una serie di considerazioni sulle cause e sui rimedi.

Nell’articolata società moderna sono i territori di pianura, urbani, industriali a costituire la struttura economica e finanziaria portante del paese finendo per essere dominanti anche sul piano culturale e politico, oltre che territoriale. Ne consegue che ai territori cosiddetti marginali, quali sono per lo più quelli montani, viene assegnato un ruolo “di servizio” che li mantiene nella loro marginalità: non consumatori ma solo produttori di energia elettrica sfruttando all’inverosimile la risorsa principale della montagna che è l’acqua. Energia da portare altrove su impattanti elettrodotti aerei anziché interrati e lasciare invece in loco il territorio con i fiumi, torrenti e persino ruscelli ridotti a nude pietraie senza un filo d’acqua.

La legislazione nazionale è conseguente, tant’è che prevede che, eccezion fatta per le cooperative energetiche, i produttori idroelettrici della nostra montagna debbano conferire l’energia prodotta alle società dispacciatrici Terna e Enel che la trasportano innanzitutto nei citati territori di pianura, urbani, popolosi ed industriali che assicurano buoni profitti ai loro azionisti per quasi il 50% stranieri. In tale contesto diventa di secondaria importanza per tali società la puntuale fornitura ai territori montani marginali e disagiati che non “rendono” finanziariamente a causa dei pochi abitanti-utenti per lo più vecchi. Territori che quindi vengono trascurati negli investimenti e nella gestione delle linee che, nelle particolari condizioni ambientali e paesaggistiche della montagna, si dovrebbero interrare e non ricorrere alla comoda attribuzione di colpa a quegli alberi che sotto il peso della neve o la forza del vento cadono sulle linee elettriche aeree.

Quello dell’idroelettrico è un aspetto settoriale del più generale rapporto distorto tra realtà urbane e periferie montane. Provvedere a raddrizzare la stortura di tale rapporto è compito e dovere delle politica nazionale con adeguati provvedimenti legislativi, mezzi e non solo. Innanzitutto abolendo l’obbligo del conferimento dell’energia prodotta ai dispacciatori Terna ed Enel lasciando a disposizione del territorio di produzione la quantità di energia ad esso necessaria. Così, per esempio, per evitare che Forni Avoltri resti senza corrente elettrica basterebbe la posa di un centinaio di metri di cavo per collegare la centrale idroelettrica della Comunità Montana direttamente alla rete di distribuzione interrata dell’abitato. Lo stesso potrebbe essere realizzato in altre analoghe situazioni.

La legge sul passaggio del grande idroelettrico alle regioni va in questa giusta direzione prevedendo tra l’altro che parte dell’energia prodotta venga gratuitamente consegnata alla Regione per essere utilizzata nei territori montani di produzione. Si tratta di ampliare tale disposizione anche alle tante invasive centraline dal momento che i loro proprietari privati realizzano profitti sfruttando l’acqua che è un bene delle comunità locali. Invero, per raddrizzare la citata stortura è ormai indilazionabile – essendo l’ultima la n.1102 del 1971 - l’adozione di una nuova legge nazionale organica sulla montagna, che ponga in campo adeguati strumenti e mezzi.

A raddrizzare tale stortura è chiamata anche la nostra Regione costituendo senza ulteriori indugi la propria società energetica (SEFVG) a capitale pubblico da tempo annunciata sull’esempio delle province autonome di Trento e Bolzano. Società che assuma la gestione non solo del grande idroelettrico ma anche delle centraline le cui concessioni vengono via via a scadenza. Inoltre va posto fine alla politica regionale di rilascio di concessioni a dritta e a manca per la costruzione di centraline idroelettriche persino sugli ormai rari corsi d’acqua rimasti liberi da parte di privati nelle mani dei quali vengono consegnati per 30 anni per produrre profitti che vanno nelle loro tasche e non già a beneficio delle comunità locali.

Sono chiamati anche i Comuni che, prendendo esempio da quelli trentini, dovrebbero essere loro, singolarmente o associati, a produrre e distribuire energia elettrica alle proprie comunità anziché favorire i derivatori privati per ricevere in compensazione la sistemazione di qualche marciapiede, il che va meglio definito come obolo. Sono chiamate anche le nuove Comunità Montane, in particolare quella della Carnia, che disponendo già di un proprio parco di centrali idroelettriche potrà e dovrà sviluppare una politica tesa a creare sinergie con la Società Elettrica Cooperativa Alto But (SECAB) e la Cooperativa Elettrica di Forni di Sopra, storiche cooperative che hanno maturato una notevole esperienza, al fine di raggiungere se non un’autonomia energetica della Carnia almeno, inizialmente, di ogni singola vallata. Sono chiamati anche gli abitanti della montagna a brontolare meno nelle poche osterie rimaste ed a interessarsi di più al proprio territorio ed alla propria comunità per contribuire a risolverne i problemi.

Franceschino Barazzutti  - (già presidente del Consorzio
 del Bacino Imbrifero Montano del Tagliamento,
già sindaco di Cavazzo Carnico) 













giovedì 10 dicembre 2020

Avvoltoi in Val Degano?

No: non è la reintroduzione di avifauna di grandi dimensioni bensì un' aggressione a carico dei corsi d'acqua che dopo aver interessato le valli del Fella e del Piave ha ora per obiettivo la Valle del Degano.

Si tratta di un attività sistematica ad opera di soggetti diversi che si stanno contendendo a colpi di richieste di concessione quello che resta dell'acqua utilizzabile a scopi idroelettrici; quella cioè che non è già stata captata dall'ex Sade nel corso degli anni cinquanta e sessanta.

Con modalità analoghe a quelle impiegate nel vicino Cadore, proprio quando questo anno sciagurato si approssima alla fine, soggetti mai visti in precedenza fanno pervenire alle amministrazioni tramite gli uffici regionali progetti per nuove derivazioni per usi idroelettrici.
Ai Comuni di Ovaro e Comeglians è stato reso noto nei giorni scorsi che “le società EN.RI.COM S.r.l. e PARTEL S.r.l. hanno presentato in data 6 febbraio 2014, domanda di concessione per la derivazione d’acqua, ad uso idroelettrico, dal torrente Degano”. Si precisa che la documentazione relativa al progetto “sarà consultabile nel sito istituzionale della Regione a decorrere dal giorno 2 dicembre 2020 e fino a tutto il giorno 16 dicembre 2020, ed eventuali osservazioni e/o opposizioni potranno essere presentate al Servizio gestione risorse idriche entro il giorno 4 gennaio 2021”. Tolte le feste ci sono quindi poco di quindici giorni per esaminare il progetto e presentare controdeduzioni.

Negli ultimi anni sulla località Patossera si è particolarmente infierito venendo coinvolta in successione dall' ampliamento della cava di gesso fino a spingersi a poche decine di metri dalle ultime case e dalla realizzazione di una centrale di trasformazione in media tensione di E-distribuzione, una zona industriale ed un centro di valle per la raccolta dei rifiuti.



Basta? Non basta perché adesso esce fuori anche questa faccenda della centrale elettrica.

Dalle ricerche fatte, la società Partel con sede in Valdobbiadene ha in piedi una pratica analoga per la captazione delle acque del Piave in località Santo Stefano di Cadore. Anche in quel caso si presenta con una società partner, che a Ovaro è la ENRICOM con sede in viale Miramare 271/1 a Trieste.

Le acque da utilizzare per l’impianto sono quelle del torrente Degano e diversamente da altri impianti che utilizzano salti di quota, la centrale progettata verrebbe realizzata in un tratto del corso d’acqua pressoché pianeggiante.

Va spiegato che il funzionamento di qualsiasi generatore che sfrutti l’energia idraulica richiede un salto di quota che nel caso delle cascate o degli sbarramenti è di tipo puntuale; dove non c’è dislivello è richiesto il trasporto in condotta forzata fino ad un punto in cui le pale dei generatori vengano mosse con la forza richiesta. Nel nostro caso la coppia di turbine Francis previste richiedono un differenziale di circa 20 metri dal punto di prelievo alla sala macchine pertanto l’acqua dovrà compiere un tragitto in condotta pari a circa un chilometro e mezzo e per tale tratta la stessa quantità di acqua verrà sottratta al corso d'acqua.

Dai dati di progetto, il range di funzionamento dei generatori prevede un afflusso compreso d’acqua tra i 340 ed i 3.800 litri al secondo dove il prelievo massimo risulterebbe addirittura superiore alla portata totale del Degano nei mesi di gennaio, febbraio e marzo.



Avendo esperienza di quella presa in giro che si chiama deflusso minimo vitale precisiamo al lettore che si tratta della solita foglia di fico: la centrale per garantire una resa deve funzionare sempre, quindi i dispositivi che regolano le portate sono progettati non tanto in funzione del mantenimento delle condizioni quo ante del corso d’acqua ma piuttosto per garantire una portata sufficiente alle turbine. Inoltre pare che non esistano dati di portata aggiornati per il nostro corso d’acqua ma solamente estrapolazioni “attualizzate” ricavate dai dati del 1959 che esistono solamente per i tratti a valle (misurazioni in località San Martino e Ponte Pesarina). La progettazione ed il dimensionamento sono stati dunque sviluppati su estrapolazioni che appassionerebbero i sofisiti se non anche gli empiristi: dei calcoli da presocratici!

Nella relazione geologica viene inoltre evidenziato che il Degano è caratterizzato da un letto occupato da ghiaie per la profondità di oltre 10 metri; caratteristica che impone l’impiego di micropali per ancorare lo sbarramento e le opere di presa. Allargandosi moltissimo il letto del torrente dopo la chiusa di San Girogio questa peculiarità potrebbe determinare a portata dimezzata la scomparsa alla vista dell’acqua come già accade più a valle.

Non importa: a giustificazione dell’evidenza che per oltre un chilometro la portata del Degano verrà ridotta -quando va bene- della metà, i progettisti spiegano che siccome ai lati dell'alveo si è sviluppata della vegetazione arbustiva, l'acqua non la vediamo neanche adesso e quindi è ininfluente che ci sia o no.

Ignorano ovviamente, fra le altre, che poco sopra l'opera di presa si immette nel corso d'acqua di fondovalle il rio Margò. Questo torrente ha una caratteristica particolare che ovviamente uno da fuori ignora: funge da fognatura a Ravascletto che negli anni non si è mai dotato di un depuratore e sversa da un grosso condotto a sezione rettangolare reflui poco o niente trattati direttamente nell’affluente del Degano.

Questa situazione, ben nota ad Arpa ha determinato il rigetto di una richiesta di derivazione mezzo chilometro più a monte motivata dalla considerazione che passando in turbina l’acqua sporca la si sarebbe rallentata riducendo conseguentemente la capacità di asporto dei reflui.

Trattandosi della stessa acqua ci chiediamo se il problema sia stato minimamente preso in considerazione, così come se si sia considerato che a fine ottobre 2018 (quattro anni dopo la presentazione del progetto in Regione) il Degano si è portato via un ponte stradale proprio appena sotto al punto dove dovrebbe venire ubicata l’opera di presa.

Senza soffermarci troppo sull’impatto dei lavori (incremento del traffico pesante, rumori, impossibilità a circolare lungo il tratto stradale dove verrà interrata la condotta forzata), vanno evidenziati i problemi tipici derivanti dalla presenza di una centrale in corso di esercizio:



A questi elementi vanno sommate problematiche specifiche, quali la presenza di una riserva per ripopolamento di fauna ittica in coincidenza con l' opera di presa, l'esistenza di un ristorante (il River's) al dilà del fiume proprio di fronte alla centrale progettata con relativo condotto di rilascio di una massa d'acqua pari a 1.500 lt/secondo.

Comunque a riprova della magnanimità dei proponenti, la relazione evidenzia che “l’impianto avrebbe potuto sviluppare potenze e produzioni superiori qualora fosse stato spostato verso valle di circa 300-500 m l’edificio centrale. Volutamente non è stata adottata tale soluzione in quanto sarebbe stato interessato dalla sottensione anche il Ponte Patossera con significativi impatti paesaggistici ed idraulici”.

Magnanimi ma prepotenti, in quanto già nel progetto preliminare precisano che ove “non si addivenisse alla acquisizione del titolo per la occupazione temporanea e definitiva dei suoli a mezzo di accordo bonario i proprietari dei terreni interessati verrebbero assoggettati a procedura espropriativa”.

A dire il vero tale procedura ci risulta venga attuata -eventualmente- a cura dell'Ente deputato (e certo non da parte di una società privata) ed è condizionata al riconoscimento della 
pubblica utilità, tutto da dimostrare.

Per fortuna almeno si sono ricordati del ponte -ci diciamo- ma ora qualcuno, dopo il crollo di ben due opere stradali tra Ovaro e Comeglians (ponte su Strada regionale in località San Giorgio; spalla del Ponte di San Martino nella località omonima), dovrebbe quanto meno richiedere una rivalutazione aggiornata di impatto per l'intervento proposto. 

Questa non è che l'anteprima di uno scenario in cui ulteriori centrali verranno via via realizzate: presso i Comuni di Forni Avoltri e Rigolato pendono altre due domande di derivazioni per utilizzi idroelettrici ed i loro promotori sono carnici. Locali o foresti il risultato non cambia: corsi d'acqua impoveriti a vantaggio di privati arricchiti.

Questo attacco alle risorse della Carnia dovrebbe indurre la politica e chi di dovere a chiarire eventuali responsabilità e l’Amministrazione Regionale, i Consiglieri con i relativi partiti ad un profondo riesame della politica “liberista” sin qui adottata nel settore idroelettrico. Tanto più che mettere un corso d’acqua nelle mani di un privato per 30 anni più le facili proroghe non è un buon affare per la comunità dal momento che -come già detto- sul rilascio del minimo deflusso ecologico non c’è nessun controllo.

Basta che negli uffici del competente assessorato guardino la cartina della regione riportante le tantissime derivazioni idroelettriche in atto per dire un motivato e ragionevole “BASTA!” Un “basta!” che deve venire da tutte le persone responsabili e di buon senso poichè ce lo impongono i cambiamenti climatici in atto e perché l’acqua è un bene preziosissimo di cui dobbiamo smettere di abusare ritenendola inesuaribile: abusare dell’acqua è “scherzare con il fuoco”!.

Gli Amministratori comunali non risolvono i problemi della loro comunità e delle valli sofferenti mettendosi dalla parte del concessionario privato per percepire qualche elemosina attraverso il BIM; al contrario devono porsi l’obiettivo che siano i loro Comuni i protagonisti del corretto utilizzo delle risorse -tra le quali l’acqua è di fondamentale importanza- a vantaggio dei loro abitanti. 

Già, il servizio idrico! Come quella del Degano, anche quella del rubinetto di casa è acqua nostra, delle nostre sorgenti montane. Purtroppo da quando non è più comunale è diventata “salata”! Bisogna “dissalarla” restituendo al Comune la sua tariffazione ed -auspicabilmente- la sua oculata gestione come avveniva in passato.





















giovedì 26 novembre 2020

Le multiutility private all'assalto della montagna - di Laura Matelda Puppini

 

Il 27 febbraio 2017 i Consiglieri regionali Revelant, Tondo, Riccardi, Colautti, Violino, Marsilio, Ciriani, Zilli e Piccin depositavano la Proposta di legge n.193, che prevedeva la costituzione di una società di capitali, a partecipazione interamente pubblica, operante nel settore dell’energia da denominare “Società Energia Friuli Venezia Giulia – SEFVG”.

   Senonché, il 9 giugno 2017 l’Associazione delle imprese elettriche italiane “Elettricità Futura” indirizzava alla Regione una lettera in cui esprimeva la propria contrarietà non solo all’aumento dei canoni concessori, ma addirittura alla costituzione di tale Società regionale. Ebbene, la società SEFVG è ancora di là da venire e la conclusione amara è una sola: i derivatori idroelettrici sono tanto influenti e potenti da imporsi alla Regione e – viceversa – la Regione è succube dei derivatori idroelettrici.

   La stessa situazione si sta verificando in questi giorni a livello nazionale, in relazione alla vigente Legge n.12/2019 che, all’art.11-quater, prevede il passaggio del grande idroelettrico dallo Stato alle Regioni con notevoli vantaggi per i territori montani interessati dalle derivazioni. Ecco che, anche questa volta, le Associazioni dei derivatori idroelettrici “Utilitalia” e “Elettricità Futura”, approfittando dell’esame in Parlamento della Legge di bilancio 2021, indirizzavano una lettera al Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli in cui chiedevano modifiche al vigente art. 11-ter della Legge n.12/2019 a loro vantaggio e a detrimento del ruolo delle Regioni. Richieste di modifiche che, purtroppo, han trovato accoglimento nell’art. 156 del Disegno di Legge di bilancio 2021 del Governo.

   Conclusione amara: i derivatori idroelettrici si sono dimostrati tanto influenti e potenti da imporsi allo Stato e – viceversa – lo Stato è succube dei derivatori idroelettrici. Per fortuna, l’art. 156, durante la discussione di ieri in Commissione Bilancio, è stato stralciato, ma temiamo che si tenti di farlo risuscitare. Le Regioni italiane, che sono riuscite a fare la legge entro il 31 0ttobre 2020, in applicazione della legge 12/2019, dovrebbero gestire da sole, predisponendo delle gare per il rinnovo delle Concessioni scadute delle grandi derivazioni la cui potenza nominale dovrebbe restare di 3 MW, non, come impongono i Derivatori nella letterina al Ministro, di essere innalzata a 10 MW per risparmiare sui canoni e per evitare le gare prescritte: in Italia, infatti sono ben poche le derivazioni con questa potenza.

   Ce n’è più che abbastanza per dire BASTA allo strapotere ed alla prepotenza dei derivatori idroelettrici che sfruttano l’acqua – risorsa prima dei sofferenti territori montani – per portare e l’energia prodotta nelle aree urbane industrialmente sviluppate e i profitti realizzati nelle proprie tasche, lasciando ai territori montani l’elemosina dei sovra – canoni BIM e i fiumi, torrenti e rii senz’acqua ridotti a pietraie.

   Dietro l’inserimento dell’art. 156 nella Legge di bilancio 2021, noi intravediamo l’interessata e potente manina delle grandi multiutility, il cui pacchetto azionario appartiene in larga misura ai grandi Comuni, per lo più della pianura padana. Ebbene, questi grandi Comuni si comportano come predatori nei confronti dei Comuni montani – prede. Ciò è tanto più inaccettabile poiché la gran parte di questi grandi Comuni è retta da amministratori che, per la loro collocazione politica, dovrebbero avere e praticare la solidarietà ed il rispetto verso i loro connazionali che vivono nelle disagiate condizioni della montagna, dalla quale giunge nelle loro case e fabbriche la corrente elettrica.

   È necessario che tutte le rappresentanze istituzionali dei nostri territori montani, indipendentemente dalla loro collocazione politica – parlamentari, presidente, assessori e consiglieri della Regione e sindaci, respingano con decisione questo tentativo delle Associazioni dei derivatori di inserire nella Legge di bilancio 2021 i contenuti dell’art. 156, da loro formulati a difesa del mantenimento dei loro profitti e a detrimento dei territori montani sfruttati. È necessario che chiedano con determinazione che lo Stato, se deve riprendersi la gestione delle grandi derivazioni delle Regioni che non sono state capaci di legiferare entro la scadenza fissata, lo faccia nel rispetto di quanto prescrive la legge 12/2019, non sui suggerimenti dei Derivatori. Parimenti è necessario che i cittadini della Regione, in particolare gli abitanti dei territori montani, si mobilitino affinché la sempre più strategica risorsa acqua sia saggiamente utilizzata a vantaggio loro e della terra in cui vivono e non di speculatori, tanto più se “foresti”.

   I Comitati di difesa territoriale della montagna – come sempre – sono in campo!

Comitati Acque Valcellina e Valmeduna

Comitato per la difesa e valorizzazione del Lago di Cavazzo o dei Tre Comuni

Per il Comitato tutela acque del bacino montano del Tagliamento: Franceschino Barazzutti.»

sabato 14 novembre 2020

Ombre rosse

 

Negli anni sessanta, per arrivare al paesino che si scorge in alto sotto le rocce non c'era altro che un sentiero: un troi che risaliva serpeggiando dal fondovalle affiancato da strapiombi che terminavano tra i massi del fragoroso torrente.

Poco più che bambina, nei giorni di festa la mia amica si inerpicava su per la salita con un fascio di giornali e portava agli abitanti del villaggio -molti anziani che di rado scendevano a valle- l'ultimo numero de "L'Unità" appena arrivato con la corriera del mattino.

Fra tutti i destinatari del quotidiano, Gjéni -emigrato in Francia, provetto suonatore di fisarmonica- è quello che più profondamente si rende conto della straordinarietà di quella consegna e considera con ammirazione quella ragazzina dagli occhi sorridenti che rinuncia a un paio d'ore di svago per fare qualcosa che considera importante.

Le dice "Sai, è tanto che ti guardo arrivare fin quassù e vorrei; vorrei farti un regalo. Dimmi: tu cosa pensi del Partito Comunista?". E' una domanda impegnativa "Penso" risponde lei "che sia una cosa seria".

L'uomo è evidentemente soddisfatto di quello che ha sentito e scompare dentro casa. Si sente che risale la scala di legno; poi si ripresenta sulla porta con un dipinto a tempera racchiuso in una cornice costruita sul suo banco di falegname: il ritratto di Stalin.

Con questa ragazza, ora mamma e nonna di altre giovani donne che trasportano giù per le generazioni i loro occhi sorridenti, scendiamo al piano di sotto a cercare un certo baule e dopo sessant'anni l'astuto vecchio è li. Ha notevolmente sofferto per l'umidità dello scantinato ma i baffi e la capigliatura sono inconfondibili.

Non è per particolare simpatia per il personaggio: è pensando a Gjéni che mi prendo su il vecchio quadro malconcio e recupero il recuperabile con matita e bacchetta per sfumare. Applico una patina di olio di noce che fa riaffiorare i baffi, il ciuffo, i bottoni della casacca dipinti dall' anziano abitante di un paesino, che non ho mai conosciuto e che credeva in quei simboli. Alla fine rimetto in squadra la cornice sormontata dal fregio con la falce e il martello. 

Sono vecchie cose di paese che forse capiamo ormai solo noi ma non so se tutta la paura che si percepisce in giro sarebbe la stessa se non  fosse progressivamente venuto a mancare ogni riferimento -giusto o sbagliato- e non ci si ritrovasse tutti abbastanza smarriti in questa precarietà. E adesso?

Da oggi nei paesini dove ancora dei volonterosi tengono in piedi i locali, la luce delle osterie è spenta. Rientreremo a casa senza quel breve momento conviviale che più che il senso alcolico della cosa, rappresentava per molti l’unica occasione di socialità. E’ triste certo ma…

Abbiamo idea di cosa abbiano passato gli abitanti di Stalingrado durante l’assedio? O i profughi che nel 1917 hanno dovuto scappare dalla Carnia lasciando qui tutto perchè gli austriaci avevano sfondato il fronte e stavano per arrivare nei nostri paesi?

Forse, paragonando il presente a questi eventi magari finiremo per concludere che non sta andando proprio così male e che ne verremo fuori come tutte le altre volte, quando generazioni delle quali non ci è rimasto nemmeno il nome, alla fine di ogni pestilenza imbiancavano a calce le pareti delle chiese un po’ perché altri disinfettanti non si conoscevano ma anche per dare un segno con tutto quel candore: l’idea che si ricominciava.


Se tu pensi alla storia degli avi pieni di grazie
é questa ad essere la formula stessa
(da Vita di Milarepa)










domenica 25 ottobre 2020

Fatturazione "Fantasy"

 

Considerato che Cafc ha sede a Udine chiedo a quelli di città se è così che funziona giù da loro. Capita mai per esempio che il padrone del ristorante dove avete mangiato due anni fa vi chiami a casa spiegandovi che -visto che gli hanno cresciuto le tasse e il personale ora costa più del previsto- insomma quel conto che gli avete pagato è da rivedere e gli dovete altri dieci euro?

Il nuovo gestore del nostro servizio idrico sta facendo esattamente questo: dopo aver richiesto a suo tempo degli importi già a mio avviso incommentabili, ora ci ripensa e tramite un tabulato di quattro-cinque pagine di compensazioni: -0,005 +1,220 -0,10... alla fine cava fuori dal cappello un ulteriore importo, invariabilmente a suo credito.

Non aveva già a suo tempo liquidato le somme che gli si doveva? Non c'era la remunerazione di tutti i suoi costi (costi... Cosa vuoi che gli costi la mia acqua che scende per gravità dall' opera di presa, salta un paio di caselli e esce dal rubinetto? Se costasse non ci sarebbe all'uscita del serbatoio di carico un troppo pieno che recapita in fognatura acqua potabile alla velocità di otto litri al secondo). 

Acqua spedita in fognatura però a noi il gestore fa i fervorini su come usarla con parsimonia ma sopratutto fornisce conteggi non verificabili e annulla ogni certezza del pagamento. Tutto ha un prezzo -si dice- Acquisto il biglietto di un aereo, pago il meccanico, l'avvocato e ricevo una quietanza di saldo. Possibile che nel 2018 mi venga richiesta una somma "per il periodo dal 10 aprile al 20 ottobre" e due anni dopo mi pervenga un conguaglio perché la stima era approssimativa, insomma si era fatto un po' a spanne e il conto guarda tu risulta sempre a sfavore?

Se c'è davvero un'autority che autorizza tutto questo manovrare opaco certo non sta agendo nell' interesse mio ma simula un'attività di controllo che di fatto ha come invariabile esito la ratifica di ogni richiesta del gestore.

Che le cose sarebbero andate malissimo lo avevamo peraltro previsto ancora nel 2004 quando quasi due anni dopo la sua costituzione, i cittadini vengono a sapere che il servizio idrico in Carnia non verrà più gestito dai Comuni ma da una Società per azioni:

Carniacque nasce di soppiatto nel 2002. Tra i suoi soci fondatori anche due studi di ingegneria ed un impresa edile che evidentemente hanno intuito la potenzialità di una società che si propone di gestire ogni tipo di servizio, inclusi la telefonia ed i semafori.

I privati si ritirano in fretta in quanto la loro presenza nella gestione di un servizio pubblico non é giustificabile in alcun modo. In cambio arrivano Amga (detentrice dello know-how secondo il presidente Diego Carpenedo) ed un primo gruppo di Comuni carnici.

Gli altri arrivano subito dopo perché all' improvviso la gestione di acqua e fognature (il cosiddetto ciclo integrato) curata per anni direttamente dagli uffici manutenzione dei Comuni viene ora presentata ai pavidi amministratori come una responsabilità sproporzionata.

L’ acquedotto di un paese é quello che si definisce una macchina semplice: Opera di presa, caselli, condotte. Ma adesso qualcuno sostiene che ci vuole una Spa per gestirlo.
E’ tutto terrorismo: terrorismo “interessato”
Perché se ti convinco che non puoi fare a meno di me per gestire la faccenda tu mi paghi perché io ti risolva il problema.

I depuratori dei paesi di montagna trattano reflui derivati a prevalenza dal metabolismo umano. Roba che all’ uscita di un vecchio bacino di chiarificazione già rientra nei parametri. Non serve nemmeno la vasca Imhoff: bastano i famosi cinque sassi. Da un giorno all' altro i depuratori diventano all' improvviso infra-strutture ingestibili. Roba da CNR. Dei ciclotroni.

A qualche Sindaco la Società assume il figlio, così allo scarico di responsabilità si aggiunge un gradito plus e poi in fondo, al Comune viene garantito il 30% dei ricavi senza fare niente e senza rogne per gli amministratori. Meglio di così.

In breve però emergono i problemi: Già nel 2008 il nuovo presidente di Carniacque Renzo Petris chiede ai Comuni di rinunciare al promesso 30% per evitare che Carniacque chiuda e la gestione cada preda dei “foresti”. Chiuderebbe perché il bilancio è già in rosso di 130.000 euro. Così, le promesse economie di scala sono invece diventate perdite, un servizio più efficiente non c’è, le manutenzioni e le riparazioni arrivano quando arrivano, gli allacciamenti hanno costi salati, i disagi per gli utenti sono aumentati. In sintesi: La gestione diretta comunale era di gran lunga migliore e meno costosa!

Questa situazione, immediatamente evidenziata non genera nessuna reazione da parte degli amministratori e in un tempo relativamente breve il passivo di un centinaio di migliaia di euro diventa di qualche milione.

Non è quindi bastato nemmeno quadruplicare le bollette (inviate semestralmente per confondere un po' le acque). E il motivo é presto detto:

La gestione della bollettazione era gestita in precedenza dall' ufficio ragioneria di ciascun Comune che vi dedicava un paio di settimane all' anno mentre le manutenzioni erano seguite dagli operai dei Comuni che si trovavano già sul posto. Ora invece c'è un organico dedicato, una sede, dei mezzi, un Cda e per meglio giustificare la propria esistenza si redigono dei programmi che prevedono l' installazione di migliaia di contatori (816 nel solo 2012 per un investimento previsto pari a 1.200.000 euro tra il 2014 e il 2017) ed il convogliamento di tutti i reflui verso pochi depuratori centralizzati con scavi, chilometri di condotti che trasportano le deiezioni di qualche centinaio di abitanti di Enemonzo, giù fino a Tolmezzo.

Sorvoliamo sul fatto che in zona sismica l' aspetto tecnico si complica, ma possibile che a nessuno, prima di spendere somme di quell' entità non passi per la testa -visto che siamo membri dell' Unine Europea- di andare a vedere come gestisce i reflui il Sindaco della Lesachtal giusto qua dietro?

L' ennesimo presidente avv. Luches é uno sveglio, messo li dalla Regione che ha capito che la faccenda va di male in peggio. In una lettera ai Soci (i Sindaci Ndr) presenta la desolante situazione con estremo realismo ammettendo la “posizione di debolezza di Carniacque Spa nel momento in cui i Soci o anche solo alcuni di essi pretendessero il pagamento delle proprie competenze in quanto la società non è al momento in grado di onorare tali legittime richieste, i cui importi a debito inevitabilmente continuano a crescere soprattutto per le rate dei mutui”.

Propone però la soluzione, in vista di “finanziare i corposi investimenti programmati” (vale a dire la cacca di Enemonzo giù a Tolmezzo): I Comuni cedano le loro reti alla società Carniacque, che così le potrà offrire in garanzia alle banche ed ottenere ulteriore credito (Leggi: contrarre ulteriori debiti che alla fine dovranno pagare i cittadini-utenti).

Alla fine la soluzione scelta è un'altra: Carniacque che doveva rappresentare il baluardo per trattenere in Carnia la gestione del servizio idrico è servita solo per presentare in un unico boccone tutti i Comuni carnici a Cafc, che adesso ci recapita le sue belle fatture provvisorie-salvo-conguaglio. Ne è detto che le iatture finiscano qui, visto che ancora nel 2005 Illy e Galan vagheggiavano di una super alleanza tra società di servizi annunciando di voler costituire un’ unica società multiutility, quotata in borsa, per la gestione del servizio idrico di Veneto e Friuli. Ovviamente lo scenario può ulteriomente dilatarsi, con l'avvento di un  colosso che si “inghiotte” la gestione dei servizi (energia, acqua, depurazione) dell' intero nord Italia e tutto per garantire il buon funzionamento della mia piccola presa con quattro caselli e un chilometro di tubo in acciaio diametro 100 mm. Quando si dice economia di scala...


domenica 11 ottobre 2020

Terremoto: Un' evento che cambia in istanti il corso della vita

 

Due anni dopo aver preso parte ad un gruppo di lavoro composto da tecnici ed amministratori che si sono ritrovati a L'Aquila per condividere le esperienze di quarant'anni di terremoti, mi è stato chiesto di intervenire alla presentazione delle Linee guida elaborate da ActionAid ed illustrate il 30 settembre scorso a Palazzo Chigi durante l'incontro avuto con esperti in materia di gestione delle emergenze ed esponenti della politica (qui il filmato dell'evento con mio intervento a min.15:50).

L'occasione mi ha fatto ripensare a come tutto della mia vita sia cambiato da quel 6 maggio 1976 pur essendo tra i fortunati che non hanno perso i loro affetti o le proprie cose a causa del sisma.

Quello friulano è stato indubbiamente il primo terremoto dell'era “moderna” in quanto primo a venire dotato di strumenti tecnici e di leggi redatti in modo magistrale. La loro disponibilità, sommata a risorse economiche adeguate e tempestive hanno dato luogo ad un processo di ricostruzione esemplare in termini di tempistiche e risultato finale.

Come ogni calamità naturale anche il terremoto rappresenta un'interazione improvvisa ed incontrollabile tra uomo ed ambiente. Al suo verificarsi si incrina il rapporto di fiducia fino ad allora sereno con la natura e un territorio ben conosciuto diviene da un momento all'altro pauroso ed ostile.

A due mesi dalla maturità, sto organizzando un incontro pubblico in un locale del paese sulla gestione delle acque quando la voce di una ragazza commenta all'improvviso “un terremoto!”. Sono le 20:55 e altre scosse si sono già verificate in febbraio; il primo scuotimento viene si e no avvertito.

Quindici secondi dopo invece, arriva quella che da tutti è percepita come la fine del mondo. Via la luce; un ululo lugubre a bassissima frequenza che risale da sotto i piedi; poi lo scroscio delle tegole che cadono dai tetti disintegrandosi sui marciapiedi.

Risalgo a casa dove in quei giorni non c'è nessuno perché i miei sono in viaggio. So esattamente dove in soffitta tengo la tenda da campeggio. Cammino su pezzi di soffitto caduto, agguanto il sacco e scappo fuori per piantare la tenda nel prato che sta sotto. Quella notte ci dormiamo dentro in sette: io, la ragazza e cinque dei suoi fratellini.

Ovaro è fortunato: molte case non sono agibili ma non è morto nessuno. In un paio di giorni organizziamo un' autocolonna per portare aiuto ai paesi più colpiti dei quali già all'indomani sappiamo i nomi: Gemona del Friuli, Venzone, Buia, Magnano in riviera...

La visione della pedemontana -raggiunta attraverso strade secondarie per evitare I ponti non più agibili- è una cosa da piangere. Gli alpini hanno già tirato su accampamenti di tende fuori dai centri storici inaccessibili. Mi fermo a dare una mano ad un medico tedesco che è sceso con un' ambulanza attrezzata per il pronto soccorso ma non parla italiano e non sa dove può essere d'aiuto.

Passano altri giorni. La situazione è stabile. Siamo nelle tende. Dal nord Italia sono arrivate colonne di roulottes che vengono assegnate ai nuclei in maggiore difficoltà. Qualcuno è addirittura rientrato a casa.

In Carnia durante l'estate girano le commissioni per valutare i danni e ci si arrangia a fare le prime riparazioni con stanziamenti immediatamente disposti dalla Regione con la Legge 17/1976.

Ventenne, in settembre sono già sposato e mi sono trasferito a Tolmezzo con Giuliana che aspetta un bambino. Lavoro in uno studio come disegnatore. Il 15 all'alba la grande casa costruita da mio bisnonno si scuote con un rumore assordante. Scendiamo in strada senza nemmeno vestirci. Dopo una mezz'ora ci rassicuriamo e torniamo dentro. Al mattino vado al lavoro come sempre e alle undici una signora sta per entrare dalla porta a vetri quando tutto si ripete. La parete alla mia sinistra si crepa e di nuovo questa cosa insopportabile che trema e spinge da sotto. Dura poco però. Corro in strada; strada stretta in modo preoccupante e passo correndo davanti al duomo lesionato che sembra si stia ancora muovendo.

In casa non si può rimanere così ripariamo a Ovaro dai suoceri. A fine settembre lavoro come carpentiere al montaggio dei villaggi prefabbriati di Tolmezzo. L'anno successivo mi occupo del rilievo degli edifici danneggiati a Verzegnis e in altri Comuni della Carnia. A fine anno entro nell'ufficio di piano della Comunità montana e percorro l'intero territorio per censire il patrimonio edilizio.

Nel 1980 apro il mio studio a Ovaro; vengo eletto consigliere ed in seguito assessore. Seguo l'evolversi della ricostruzione, le pratiche contributive ed il quadro normativo che regola l'accesso ai benefici erogati dalla Regione tramite la Segreteria Generale Straordinaria.

Un autoriitratto dell'architetto
 Tiziano Dalla Marta

 Oggi dopo quarant'anni continuo ad occuparmi 
 di progettazione e recupero di edifici. Tenuto 
 conto che il tempo di ritorno dei terremoti in 
 Friuli si aggira sui cinquant' anni, potrei essere
 testimone durante la mia esistenza di un 
 secondo sisma e così ripenso al viaggio in
 macchina fatto con il decano degli architetti
 di Tomezzo pochi giorni dopo il terremoto:
 Voleva accertarsi di come avessero resistito i
 “suoi” edifici.
 Come si sarebbe sentito se una di quelle case
 fosse collassata con dentro le persone?
 Spesso anch'io mi interrogo “Ho lavorato 
 abbastanza bene e con coscienza?”. Se si è
 per buona parte merito delle metodologie messe a punto negli anni. Per questo una cabina di regia nazionale permanente 
 che sia in grado di mettere subito a disposizione le risorse derivate dalle migliori esperienze è fondamentale per poter operare nella massima valorizzazione di ogni risorse -tecnica, economica ed umana- in un territorio come quello italiano che vede il verificarsi di un evento sismico di rilievo mediamente ogni 4,5 anni; tempo durante il quale prima del completamento di una ricostruzione si verificherà fatalmente una nuova emergenza.


domenica 13 settembre 2020

Diritti non negoziabili

 

Ogni tanto dovremmo ricordarci che ci sono persone per le quali il semplice sopravvivere è legato ad esigenze che non ammettono deroghe.

Per noi che "ogni tanto un' Aspirina" è difficile calarsi nei panni di chi invece necessita di un controllo costante per mantenere la propria compromessa condizione di salute entro limiti almeno accettabili e deve assumere farmaci in base all'evoluzione della sua specifica patologia.

Mi soffermo a parlare con questa coppia non tanto più anziana di me ed apprendo che a Ovaro già da qualche mese, dopo l'entrata in quiescenza del vecchio medico di cui racconto qui, le cose non stanno andando affatto bene e tutto è divenuto caotico e precario. Al presente, i sanitari che sostituiscono il medico di famiglia al quale erano affidate le cure di metà dei residenti si succedono ogni pochi giorni, non facendo a tempo a mettere assieme un'anamnesi o a memorizzare la faccia di un paziente, che già vengono rimpiazzati da un altro dottore che va ragguagliato daccapo, immagino con quali risultati.

A causa delle limitazioni imposte dalla pandemia spesso i pazienti vengono fatti uscire dalla sala d'aspetto all'esterno dell' ambulatorio. Dove? In un androne dotato di un'unica sedia (e i più anziani? e quelli che soffrono di patologie agli arti?). Nello stesso sottoportico vengono abbandonate su un panchetto anche le ricette dentro una scatola di cartone perché ciascuno scartabellando recuperi la sua, toccata preliminarmente da chissà quante altre mani. 

Pare che nell'ambulatorio non ci sia nemmeno più un computer; le ricette vengono pertanto stilate a mano. Così sul territorio, una metà degli assistiti (quella dotata di medico curante) riceve le prescrizioni via mail su pdf protetti da password, mentre la metà affidata ai sostituti deve preliminarmente accertarsi su dove potrà recuperare l'indispensabile documento.

Mi sembra che non siano queste le "regole di ingaggio" per un servizio di una sanità pubblica di base di qualità accettabile.

A questo punto, chi ha esigenze inderogabili tenta la discesa in ospedale a Tolmezzo. Ovviamente è una pessima idea perché Tolmezzo è organizzato per accogliere degenti, svolgere accertamenti specialistici (quelli rimasti!) e per svolgere attività di pronto soccorso.

Se intaso il pronto soccorso per ottenere una prescrizione o una visita creo problemi alla struttura ed ai suoi utenti. Devo essere intercettato prima e ricevere il servizio al quale ho diritto nel luogo a questo deputato: il poliambulatorio.

In montagna abbiamo da tempo adottato strategie per superare il gap delle distanze ma ci sono esigenze primarie che devono essere soddisfatte localmente. Si tratta di un diritto elementare, non di una regalia e la sua assenza anche momentanea può determinare un rischio per la stessa sopravvivenza di un cittadino affetto da patologie.

La protratta assenza di un' Amministrazione comunale ha favorito indubbiamente questi malfunzionamenti, pertanto una delle urgenze di cui dovrà farsi carico il nuovo  Consiglio sarà quella di individuare tempestivamente assieme ai vertici dell'Azienda sanitaria una soluzione definitiva al problema.