lunedì 6 aprile 2026

Una nuova passeggiata che conquista il territorio

 

Ci sono opere che attendono di essere comprese, altre che devono essere spiegate. E poi ce ne sono alcune che vengono semplicemente adottate fin dal primo giorno. È il segno più evidente del loro successo: quando le persone se ne appropriano spontaneamente, significa che rispondono a un bisogno reale e lo fanno con naturalezza.

È quanto accade lungo la nuova pista ciclopedonale che collega Ovaro a Comeglians , dove nelle ore più tiepide del giorno di Pasqua si è visto un continuo via vai di persone. Famiglie, camminatori, curiosi: tutti attratti da un tracciato che, ancora prima di essere completato con asfaltatura e arredi, appare già pienamente fruibile, pulito e armonioso. 

Eppure, non erano mancate le perplessità. Alcuni punti critici avevano fatto discutere, sollevando dubbi e interrogativi. Oggi, percorrendolo, quei timori sembrano notevolmente ridimensionati: il tracciato si sviluppa con coerenza, integrandosi nel paesaggio e accompagnando il passo con una piacevolezza quasi inattesa.

La passeggiata, per sua natura breve, si presta perfettamente anche a essere percorsa a piedi, senza fretta. Alterna tratti ombreggiati, fiancheggiati da alberi, a scorci aperti che invitano a fermarsi. Da qui lo sguardo si allunga verso le Dolomiti Pesarine, protagoniste silenziose ma imponenti di questo itinerario. 

Tra i passaggi più suggestivi è l'attraversamento dei ponti in pietra della vecchia ferrovia, risalenti al 1919, testimonianza di un passato che continua a vivere accanto al presente, ma anche il nuovo ponticello in legno che attraversa il Rio di Sutina appare un elemento leggero e discreto, che dialoga con l’ambiente senza imporsi.

Oltre alla dimensione paesaggistica ed estetica, il percorso assume anche un valore concreto e atteso da tempo: risolve infatti il problema del collegamento pedonale verso Comeglians. Un tratto che, lungo la Strada Regionale risultava finora pericoloso, privo di banchine e segnato da curve cieche e muri elevati. 

Oggi quel collegamento esiste, ed è sicuro.

Il giudizio complessivo non può che essere positivo. Un intervento riuscito, che dimostra come anche opere di dimensioni contenute possano avere un impatto significativo sulla qualità della vita e sulla percezione del territorio.

Ora non resta che attendere gli ultimi interventi: l’asfaltatura, gli elementi di arredo, e quelle infrastrutture meno visibili ma altrettanto importanti che completeranno il progetto.

Ma, a ben vedere, la passeggiata è già cominciata.


venerdì 3 aprile 2026

Ciao, bòcia

Nell' autunno 1976 dopo l'ulteriore potente scossa di terremoto del 15 settembre era diventato chiaro che non si sarebbe rientrati tanto presto nelle case e in tutti i Comuni della Carnia e altro Friuli si cominciarono a costruire i prefabbricati per ospitare le famiglie rimaste senza casa.          Assieme ad altri cinque amici ventenni avevo costituito una squadra e lavoravamo come montatori per una ditta di Venezia -la Sitiem- che curava l'allestimento dei prefabbricati di Tolmezzo in diverse aree libere dove avrebbero dovuto sorgere i villaggi degli sfollati. C'eravamo noi carnici e molti operai arrivati dall'hinterland veneziano. Avevano qualche anno più di noi ma a parte quello erano più spavaldi, più "cittadini".

La ditta apparteneva a tre soci: due fratelli che seguivano i cantieri e il misterioso Corò, che non si vedeva mai ma si capiva che doveva essere quello che conduceva le danze.

Di questo titolare ci parlava spesso un operaio piccoletto, Vianello che che sosteneva di avere con lui un rapporto speciale. Diceva di conoscerlo bene, di potergli parlare, di poterne influenzare le decisioni. Lo raccontava con una tale insistenza che, giorno dopo giorno, quella confidenza finiva quasi per sembrar vera. O almeno, possibile.

Questa sua narrazione continuò per diversi giorni. Poi una mattina nel villaggio che stavamo montando, cominciò a girare la voce: sarebbe arrivato.

Si lavorava con un’attenzione diversa, come se da un momento all’altro tutto potesse essere visto, giudicato. Anche il nostro uomo era irrequieto, più del solito.

A un certo punto si sentì il rumore delle ruote sulla ghiaia. Una macchina grande blu scuro -credo una 132- entrò nel cantiere e si fermò.

Lui scattò fuori da una baracca, come spinto da una molla, e cominciò a correre verso l’uomo che incedeva, chiamandolo a voce alta: «Corò! Corò!»

Quello avanzò senza fretta, guardandosi intorno. Non si fermò.

Quando gli passò accanto, voltò appena la testa e gli disse: «Ciao, bòcia»

E tirò dritto.

Per un attimo l'operaio rimase lì, fermo, con un mezzo sorriso che non sapeva più dove stare.

Riprendemmo a lavorare senza dire niente.